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Scaricare gratis è un furto?

10 Feb

Wired.it ha messo a confronto le opinioni di Matteo Bordone e Andrea Girolami sulla questione della pirateria. Scaricare contenuti da circuiti pirata è un furto? Sì? No? La risposta migliore è: chissenefrega. Nel senso che il problema non sta nel capire se siamo tutti da rinchiudere in gattabuia, piuttosto è più utile andare oltre gli schieramenti e valutare la pirateria e i suoi effetti all’interno di un sistema complesso e a dir poco sfuggente.

L’alibi della pirateria

La pirateria è un furto nel momento in cui la legge dice che lo è, ma scaricare file è qualcosa di radicalmente diverso dal rubare un oggetto fatto di atomi. Questo lo sanno anche all’MPAA, alla RIAA, lo sanno i federal, i tipi di IT Crowd e quelli dell’Univideo, anche se si ostinano a paragonare lo scaricamento al furto, stimando i presunti danni della pirateria  con il classico rapporto uno a uno. Un file scaricato non è un mancato atto di acquisto. I nostri hard disk sono pieni di file ottenuti illegalmente che non hanno mai goduto di un play. Gran parte della roba che viene scaricata, comunque, non sarebbe stata comprata. Utilizzare la pirateria per giustificare una presunta crisi di mercato significa ignorare i sintomi di un problema che sta altrove.

L’effetto Ryanair

Per un prodotto culturale è sempre preferibile la più ampia circolazione piuttosto che il dimenticatoio: la pirateria e in generale l’ampio accesso ai contenuti, stimolano il consumo di altri contenuti, anche per vie legali e a pagamento. Un po’ come è successo con la Ryanair: ci ha abituati a utilizzare l’aereo e ora lo utilizziamo di più, e siamo disposti a pagare di più per avere quel servizio. Le ricerche sulla pirateria dimostrano che il download illegale è in grado di aggregare e stimolare i consumi e creare effetti di network.

In soldoni, è molto difficile stabilire con certezza se la pirateria faccia bene o male alle industrie culturali. Di certo le ha obbligate a cambiare (non sempre in meglio).

Cosa offre BitTorrent oggi?

Quando si parla di pirateria bisogna sempre fare attenzione a cosa ci si riferisce. Musica? Film? Videogame? Serie TV? E-book? Software? Sebbene il file-sharing illegale sia un calderone di roba dove si trova di tutto, nei fatti ognuna delle tipologie di prodotti elencate presenta dinamiche di consumo specifiche e indotti merceologici completamente diversi, tanto che gli effetti della pirateria sono da rivalutare su ogni tipologia di prodotto. Così come le possibili manovre anti-pirateria.

In ambito musicale il sampling (prima sento per via pirata e poi compro) ha un effetto positivo sulle vendite e spesso il download illegale stimola la domanda di prodotti collaterali. La sindrome del collezionista alberga in ognuno di noi, anche se in modi differenti. Quindi la cosa migliore da fare è puntare sullo strecthing del brand, differenziando il prodotto, allargandosi verso mercati meno piratabili e dall’alto valore aggiunto.

Il merchandising è il canale di introiti più significativo per le produzioni cinematografiche non solo per quelle ad altissimo budget. Per le produzioni indie la cosa migliore è la disintermediazione e l’approdo a forme di crowdfinancing.

Gli e-book sono ancora un mercato in crescita e formazione: ancora è difficile stabilire con chiarezza cosa fare con la pirateria. Sono note le posizioni di diversi scrittori e di analisti che riconoscono nella pirateria uno stimolatore di vendite e un valido strumento pubblicitario (non solo per il mercato digitale ma anche per quello delle pagine di carta). Non vi piace Cohelo? Come darvi torto. A me piace la posizione di Vincenzo Latronico.

Anche i pirati hanno un cuore

Le cose belle vanno possedute: non solo Bordone la pensa così. I pirati hanno un cuore e un portafogli. E sembrerà strano, ma lo usano. Lo dice la Warner Bros. non io. Però, strisciano la carta di credito solo quando lo reputano più opportuno.

Di certo i prezzi non aiutano. Sicuramente lavorare sull’abbassamento dei costi d’accesso ai contenuti sarebbe uno stimolo alla riduzione delle pratiche illegali. Sicuramente aiuterebbe l’eliminazione delle finestre distributive. Sicuramente aiuterebbe l’incremento di servizi di distribuzione legali, magari con più attenzione alle esigenze degli utenti.

Personalmente ci ho provato più volte ad acquistare film che volevo vedere, ma non c’erano da nessuna parte perché qualcuno aveva deciso per me che non era il momento giusto per vedere quel film e che sarebbe stato meglio che io aspettassi ancora qualche mese. In un contesto globale tutto ciò è da suicidio.

Insomma perché Netflix e Spotify crescono? e crescerebbero di più se solo si abbattessero le barriere regionali? Io credo di sì, ma non posso dimostrarlo.

Se è digitale prima o poi sarà anche gratis

Mettiamoci il cuore in pace. Possiamo chiamarli pirati, rimastoni, scrocconi, come volete, ma bisogna fare i conti con il fatto che ormai l’abitudine ad avere contenuti gratuiti è dilagante. Le soluzioni sono due: chiamare la finanza oppure creare esperienze di consumo capaci di soddisfare le esigenze degli utenti. Puntare su un vasto parco titoli. Farlo subito, non dopo. Fornire contenuti multilingua. Diversificare i prezzi d’accesso per intercettare tutte le possibili soglie di reddito. Favorire le dinamiche di socializzazione sui contenuti: nel bene e nel male ci fidiamo di più dei consigli dei nostri pari. Se gli attuali sistemi di file-sharing hanno perso quel lato “umano” che avevano in precedenza (e che era fondamentale per creare passa parola) esistono i social network, le social TV e i sistemi di content curation. Oppure trovare formule di finanziamento incrociato: a me il product placement non fa così schifo; bisogna saperlo usare correttamente. Provare a monetizzare su prassi illegali, come sta cercando di fare YouTube,  ma questa è tutta un’altra pirateria…

Insomma, i modi per far sì che i pirati tornino a vivere nelle favole ci sono.

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SOPA tra pirateria e mercato: Wikipedia chiude per 24h

18 Gen

Da qualche tempo ha preso vita un forte dibattito sull’ultimo provvedimento che le industrie culturali hanno battezzato con l’acronimo SOPA (Stop Online Piracy Act) e che a più voci è stato indicato come l’ennesima motivata minaccia alla nostra libertà, anzi la più grave, in grado persino di intaccare persino la libertà di espressione e innovazione sancita dalla Costituzione degli Stati Unit d’America.

Di questo dibattito, inutile dirlo, poco o niente si è appreso dai media “tradizionali”,  mentre Facebook, Twitter, blog e testate giornalistiche più o meno “nerdish” (passateci il termine) continuano a stare sul pezzo aggiornando la lista di quanti impegnati concretamente contro la misura. Per fare alcuni esempi, Wikipedia USA e Reddit si preparano a oscurare i rispettivi siti  (l’enciclopedia online ha già iniziato la protesta che durerà 24 ore; il secondo dovrebbe “chiudere” tra qualche ora per 12 ore – qui una lista in progress di quanti stanno aderendo alla protesta), mentre Google.com ha messo online una pagina contro la censura della Rete.

Tra le posizioni più interessanti, spicca a mio avviso quella di Tim O’Reilly cui vi rimando (articolo in inglese). Per sintetizzare:

  1. la pirateria è diretta espressione di un fallimento del mercato incapace di rispondere alla domanda dei consumatori e non dell’azione di attori in malafede che vogliono appropriarsi in maniera non autorizzata di materiale coperto da copyright;
  2. la soluzione di un problema di mercato sta nel mercato e non in un atto governativo. La risposta dovrebbe prevedere misure come sviluppo di prodotti, business model innovativi e adeguate politiche di prezzo. Il tutto supportate da leggi a sostegno e reale difesa della proprietà intellettuale e non dirette al consolidamento delle posizioni dominanti.

Insomma, nulla di nuovo sotto il sole. Storia trita e ritrita, direte. Eppure siamo ancora qui a parlarne.

Il grande, il medio e l’indie

3 Ott

Qualche post fa, si parlava degli effetti della pirateria sulle scelte delle industrie culturali. Secondo l’Economist  le major dell’intrattenimento musicale e cinematografico tendono ad abbandonare le produzioni locali dei Paesi con alto tasso di pirateria, preferendo investire su prodotti a vocazione globale. La pirateria sembrerebbe innescare quel meccanismo di livellamento delle produzioni verso le big budget productions.

Quindi, in ambito cinematografico, che fine fanno i film a budget ridotto?  Continua a leggere

Piracy is everywhere

22 Lug

Piracy is everywhere è il primo commento ad un post che parla di pirateria e videogame. L’articolo è interessante perché fornisce lo spaccato di un fenomeno strettamente legato alla propria realtà territoriale mentre pone l’accento sullo scarto tra etica, economia e cultura – tre dimensioni su cui il fenomeno “piraterie” da sempre si innesta.  Continua a leggere

YouTube e la pirateria

18 Lug

Margaret Gould Stewart, User Experience Team manager di YouTube, durante un TED Talks illustra le potenzialità virali ed economiche di quei video che utilizzano contenuti illegali condividendoli sulla più nota piattaforma di video sharing.

Il protocollo antipirateria adottato da YouTube per proteggere i contenuti dei partner mediali, permette ai sottoscrittori del programma di condividere con il portale di Google un databese di contenuti proprietari. Ad ogni caricamento di un video da parte degli utenti, i sistemi YouTube Audio e Video ID sono in grado di identificare un’eventuale utilizzo improprio di contenuti presenti nel database di YouTube e comunicarne l’uso illegittimo agli afferenti al programma partner. Sarà poi decisione del detentore dei diritti stabilire se bloccare il contenuto in violazione del copyright o lasciarlo circolare liberamente sulla Rete.

Le conclusione di Gould Stewart lasciano trasparire le potenzialità economiche e promozionali di un ecosistema mediale in cui pirateria e usi legittimi si fondano in un ecosistema economico ibrido in grado di innescare virtuosità economicheContinua a leggere

La pirateria è un sintomo. Non è il problema

6 Lug

La prima ad abbassare la guardia, e smorzare i toni della discussione sulla pirateria digitale,  è stata la Warner Bross: nel dicembre del 2010 ha reso pubblici alcuni dati di una ricerca (di cui avevamo già accennato qualcosa nel primo post di Digital Piracy) che le ha permesso di riconsiderare il ruolo dei downloaders in relazione ai consumi di prodotti audiovisivi.

Ben Karakunnel, direttore della business intelligence della divisione anti-piracy della Warner Bross, spiega che la ricerca, nata con l’obiettivo di individuare le abitudini di consumo dei pirati al fine di convertirle in forme di acquisto, rivela alcuni risultati di rilievo: Continua a leggere

Hacking Andrew Keen

1 Lug

È uno sporco lavoro, ma qualcuno doveva rimboccarsi le maniche e chiarire le cose. In realtà, in molti hanno già sbrigato gran parte dell’operazione “confutiamo The Cult of the Amateur”  [2008], il libro di Andrew Keen arrivato in Italia con il titolo Dilettanti.com [2009].

Volendo essere sinceri fino in fondo, il libro di Andrew Keen si cestina da solo, zeppo com’è di imprecisioni, trattazioni superficiali e aneddotiche, affermazioni non supportate da dati o da argomentazioni almeno credibili. A sua parziale discolpa Keen può invocare la totale mancanza di lungimiranza nella sua lettura dei fatti, l’utilizzo di fonti vecchiotte e un atteggiamento reazionario da far rabbrividire anche l’Agicom.  Continua a leggere

Yes We Pirate

29 Giu

Quali sono le ragioni che spingono una persona a condividere un file piratato su una piattaforma di file sharing? Perché rippare un CD o un DVD, hackerare un software o un videogame e condividerlo con perfetti sconosciuti?

La domanda, che potrebbe sembrare di scarso rilievo, fornisce una serie di spunti utili per capire come affrontare la pirateria e le scelte di coloro che per primi mettono in circolazione contenuti sui circuiti P2P.

Su Quora è nato un thread proprio su questo argomento e fornisce alcune risposte interessanti. Continua a leggere

Come combattere la pirateria in cinque minuti

26 Giu

Cinque minuti. Venti slide temporizzate. Quindici secondi l’una e l’obiettivo di spiegare agli astanti che la pirateria non è poi tutto questo guaio.

Qualche giorno fa al Forum della comunicazione ho partecipato al mio primo Ignite. Ora, visto che i byte me lo concedono, proverò a motivare meglio alcuni suggerimenti che ho cercato di mettere insieme nel tentativo di spiegare come  imparare ad amare la pirateria e vivere felici. Continua a leggere