SOPA tra pirateria e mercato: Wikipedia chiude per 24h

18 Gen

Da qualche tempo ha preso vita un forte dibattito sull’ultimo provvedimento che le industrie culturali hanno battezzato con l’acronimo SOPA (Stop Online Piracy Act) e che a più voci è stato indicato come l’ennesima motivata minaccia alla nostra libertà, anzi la più grave, in grado persino di intaccare persino la libertà di espressione e innovazione sancita dalla Costituzione degli Stati Unit d’America.

Di questo dibattito, inutile dirlo, poco o niente si è appreso dai media “tradizionali”,  mentre Facebook, Twitter, blog e testate giornalistiche più o meno “nerdish” (passateci il termine) continuano a stare sul pezzo aggiornando la lista di quanti impegnati concretamente contro la misura. Per fare alcuni esempi, Wikipedia USA e Reddit si preparano a oscurare i rispettivi siti  (l’enciclopedia online ha già iniziato la protesta che durerà 24 ore; il secondo dovrebbe “chiudere” tra qualche ora per 12 ore – qui una lista in progress di quanti stanno aderendo alla protesta), mentre Google.com ha messo online una pagina contro la censura della Rete.

Tra le posizioni più interessanti, spicca a mio avviso quella di Tim O’Reilly cui vi rimando (articolo in inglese). Per sintetizzare:

  1. la pirateria è diretta espressione di un fallimento del mercato incapace di rispondere alla domanda dei consumatori e non dell’azione di attori in malafede che vogliono appropriarsi in maniera non autorizzata di materiale coperto da copyright;
  2. la soluzione di un problema di mercato sta nel mercato e non in un atto governativo. La risposta dovrebbe prevedere misure come sviluppo di prodotti, business model innovativi e adeguate politiche di prezzo. Il tutto supportate da leggi a sostegno e reale difesa della proprietà intellettuale e non dirette al consolidamento delle posizioni dominanti.

Insomma, nulla di nuovo sotto il sole. Storia trita e ritrita, direte. Eppure siamo ancora qui a parlarne.

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Piracy Digest: tutto quello che dovreste sapere sulla pirateria

13 Gen

Video Stars. È partita la caccia alla star da piazzare sul web: Tom Hanks ha stretto un accordo con Yahoo! per la serie animata Electric City, e anche AOL, Netflix e Hulu pare siano interessate a investire in una serie di aziende esterne specializzate nella produzione di contenuti video per il web alle quali affidare il posizionamento delle star, e utilizzarle per canalizzare l’attenzione di audience sempre più frammentate su una molteplicità di piattaforme.

La verità, vi prego, sulla pirateria. Ancora dati e ancora contestazione dei dati: quando si parla di pirateria, ogni tentativo di rilevarne ampiezza e effetti sull’economia risulta vano a causa della mancanza di dati omogenei e della condivisione dei criteri di raccolta e utilizzo delle informazioni. Su Freakonomics un riassunto velocissimo della questione con dati aggiornati. Ma falsi.

Box-office. Roger Ebert ci spiega quali, secondo lui, sono i motivi del calo dei biglietti staccati nel 2011 nei cinema americani: la notizia è che, una volta tanto, non si incolpa la pirateria, ma un mercato in crisi che non riesce a cambiare se stesso.

Tra il sacro e il profano. C’è ancora qualcuno che non lo sa? La Svezia ha riconosciuto la pirateria come religione: nel caso intendiate convertirvi diventerete kopimisti, dovrete copiare e condividere file a più non posso e leggere le sacre scritture del Kopimismo.

Veni, Vidi, VODO

10 Gen

In principio fu Steal this film e il suo seguito Steal this film part  II, una serie di tre documentari (il terzo ancora non pervenuto) su copyright e pirateria. Da quel progetto, Jamie King, produttore e regista dei due film, ha imparato una paio di cose: per esempio, che abbandonare gli intermediari e distribuire direttamente via web può funzionare, che il sistema delle donazioni volontarie non sempre va come dovrebbe andare, ma ha ancora ampi margini di miglioramento; ma soprattutto bisogna ricordarsi che se un film è presente online non significa che tutti lo guarderanno.

Sulla scorta di queste piccole lezioni, nel 2008, il nostro eroe si mette a lavorare a VODO una piattaforma di distribuzione via BitTorrent – prodotta da Channel 4 British Documentary Film Foundation,  Arts Council UK e da Emerald Fund – che si avvale del supporto di uTorrent, Limewire e The Pirate Bay. Serve altro? Sì.

Cosa fa VODO

L’obiettivo di VODO è quello di fornire ai creatori di contenuti una piattaforma per la distribuzione free-to-share capace di scoperchiare  le potenzialità dei canali P2P e raggiungere così  un pubblico potenziale di 65 milioni di persone. Ogni mese la piattaforma distribuisce un film in download gratuito e free-to-share attraverso accordi con altri partner: dal lancio di VODO l’audience mensile media di un film è cresciuta da 150.000  a 850.000 utenti.

VODO inoltre offre:

  1. una DISCO (distribution coalition) vale a dire un accordo distributivo con un pacchetto di network P2P e altri web distributor capaci di rivolgersi ogni giorno a una bacino d’utenza potenziale talmente vasta da permettere un buon lancio e l’innesco di  meccanismi di promozione virale;
  2. sistemi di promozione dal basso, integrati nella piattaforma, al fine di generare passaparola sui principali social network;
  3. la possibilità di creare uno VODO Studio ovvero una spazio virtuale con il quale gestire e far crescer una community di utenti interessati a progetti in fase di sviluppo e coinvolgerli nelle dinamiche creative;
  4. distribuire i contenuti in diversi formati e raccogliere delle donazioni.

Sharing is caring

Il principio alla base di VODO è che la condivisione di file può diventare una forma di cura e tutela di ciò che si apprezza di più. Infatti, la piattaforma cerca di implementare funzionalità di condivisione sociale e innescare dinamiche di passaparola. Gli utenti possono infatti scaricare contenuti, promuoverli ed eventualmente fare una donazione monetaria a supporto del progetto.

Per incentivare i processi di condivisione, VODO ha creato una moneta virtuale, i DO (pronuncia alla Homer Simpson:  “Doh!”):  il progetto prevede che in futuro i DO possano essere utilizzati  per qualsiasi tipo di acquisto; al momento sono uno strumento di compensazione per il lavoro degli influencer  più attivi.

Funziona davvero

Alcuni dati su VODO:

  • 13.657.669 film scaricati;
  • 118.711 utenti attivi;
  • 11.850,07 terabyte condivisi.

La piattaforma ha già dimostrato di funzionare nonostante il sistema del volontary donations (Vo Do) non sia tra i più affidabili:  Pioneer One, una serie di 6 episodi, ha raccolto più di  88.000 dollari ;  The Yes Men Fix The World, invece, ha guadagnato 25.000 dollari in un mese dalla prima P2P release.

VODO riconosce ai produttori di contenuti:

  • il 75% delle sponsorizzazioni dirette;
  • il 50% della Studio Membership;
  • il 50% di tutte le vendite di prodotti fisici venduti attraverso la piattaforma.

VODO non applica licenze esclusive, quindi il prodotto potrà continuare ad essere distribuito anche su altri canali i quali potranno avvantaggiarsi del rumore creato online.

Funzionerà anche per altri progetti? Difficile a dirsi, di certo sappiamo che la P2P release è uno strumento di distribuzione  e promozione dal potenziale ancora largamente inesplorato. La capacità di tagliare fuori gli intermediari, unita alla volontà di  legittimare e valorizzare pratiche largamente condivise, ma criminalizzate, permette a VODO di giocare sulla leva del coinvolgimento tra produttori di contenuti e pubblici: VODO ha le carte in regola per diventare il nuovo Netflix o il nuovo Kickstarter per le produzioni indie.

Piracy Digest: notizie per il 2012

2 Gen

Boycott GoDaddy.  Il 22 dicembre, il più grande servizio di web hosting americano, si è schierato a favore di SOPA (Stop Online Piracy Act): il risultato è stato una campagna di boicottaggio che ha spinto milioni di clienti di GoDaddy a trasferire i loro siti su spazi web offerti da altri competitor. Wikipedia, Cheezburger e Imgur hanno già manifestato l’intenzione di levare le tende insieme a altri 16,191 domini. GoDaddy ha chiesto scusa e ha ritrattato le sue posizioni e ora ufficialmente si oppone a SOPA.

Ita. TorrentFreak ha raccolto qualche dato, condiviso da KickassTorrent, sulle parole e le frasi più utilizzate nelle ricerche su BitTorrent durante il 2011. Ita, Franch e 2011 sono i primi tre termini più utilizzati. Al quarto posto Ita DVD e al settimo Italian. Si sprecano le letture: gli utenti non cercano contenuti specifici, ma tipologie di contenuti (in italiano, in francese e recenti); gli italiani sono un popolo di scaricatori, ma aggiungerei anche che, con tutta probabilità, i pirati italiani non parlano l’inglese.

The Beginnig of the End. Business Insider pubblica la lista delle 11 industrie che nel 2011 si sono confrontate con modelli di business innovativi e con i quali dovranno fare i conti se vorranno tener botta nel 2012. Gli esempi più interessanti e legati alle questioni pirata: l’industria musicale  e il passaggio a formule ad abbonamento sul modello di Spotify; l’industria videoludica  con sistemi di streaming come Steam; nuovi servizi di pagamento via mobile come Dwolla e Square; la fine del mercato delle pen USB soppiantato da servizi come DropBox e simili; e per finire, la crescita costante delle piattaforme di crowdfunding. Chi vivrà vedrà…

Piracy digest: Holiday Edition

29 Dic

Most Pirated. Non si finisce l’anno senza una classifica. L’appuntamento consueto è quello con i film più scaricati del 2011. I dati raccolti da TorrentFreak mettono al primo posto Fast Five (costato 125 milioni di dollari, scaricato più di 9 milioni di volte e con un incasso di 600 milioni di dollari), seguito da The Hangover Part II (costo: 80 milioni di dollari; download: 8 milioni; incassi: quasi 600 milioni di dollari) e Thor (costo 150 milioni di dollari; download: più di 8 milioni di download; incasso: quasi 500 milioni di dollari). Fate voi i vostri conti.

Go Ashton. Anche l’ex Sig. Demi Moore scende in campo contro SOPA (Stop On Line Piracy Act):  I don’t support SOPAand I believe we all need to call and write our Congress to help them know we want a No vote on SOPA. Anche seconda Ashton Kutcher la proposta di legge americana non è la soluzione, ma il vero problema, forse anche per i suoi progetti web.

Vi amerò comunque. Regalo di fine anno di Skrillex: dalla sua pagina Facebook invita tutti a scaricare il nuovo album Bangarang: “go pirate it if you don’t have money..i just want you to have it.  or you can buy it here..either way I’ll love you”.

Ok, il prezzo è giusto

28 Dic
Moneygami

Moneygami

Si mormora che uno dei principali motivi per cui la pirateria continui a perseverare sia l’elevato costo di accesso ai contenuti digitali. Quindi è sufficiente abbassare i prezzi per contenere la pirateria? Sì e no, ma soprattutto qual è il prezzo giusto? Dipende è la risposta migliore che si possa dare poiché, nella definizione del prezzo di vendita di qualsiasi cosa messa in vendita, intervengono molteplici fattori.

Ne vale la pena?

Per prima cosa qual è il valore che attribuiamo a ciò che stiamo per acquistare? In generale, tendiamo a conferire un valore superiore ai beni fatti di atomi mentre siamo propensi a svalutare quelli fatti di byte. Anche perché si sa, se è digitale prima o poi sarà anche gratis.

La percezione del valore dipende:

  • dai gusti personali, ma l’appartenenza a un determinato gruppo può incidere sulla percezione del valore: Apple docet;
  • dalle conoscenze personali sul prodotto/servizio;
  • dal tasso di innovazione presente nel prodotto che si intende acquistare;
  • dal contesto di acquisto.

Ma quanto mi costa?

A quanto ammonta il costo reale di un acquisto? Quando un cliente considera il costo di qualcosa, nei fatti tiene in considerazione diversi elementi:

  • il costo in termini di moneta sonante;
  • il costo in termini di tempo speso per usufruire del prodotto acquistato (tempo che non potrà essere investito in altri modi);
  • il costo in termini di energie mentali per portare a termine la scelta d’acquisto.
Quindi, quanto mi costa andare al cinema? Il prezzo del biglietto + il costo del tempo speso al cinema + la fatica di vedere il film (+ il costo del parcheggio, la baby sitter, la cena…)

Perché è così difficile?

Ma alla fine della fiera che si scelga di impulso o che si rifletta con attenzione su cosa investire, la scelta è faticosa, complessa e articolate che non sappiamo portarla a termine in modo autonomo e quindi scegliamo qualsiasi cosa che sia stata scelta per noi. Almeno è quello che risulta dalle ricerche di Dan Ariely.

Peep Laja, prendendo spunto dall’intervento di Ariely, ripropone le migliori sperimentazioni sui prezzi – pensate per indurci a comprare:

L’esca

Se offrite due prodotti affini, ma diffrenti – un viaggio a Roma all inclusive e uno a Parigi sempre all inclusive – la scelta si presuppone difficile per i potenziali acquirenti, ma se si mette una terza opzione che equivale ad uno dei due prodotti ma privo di un benefit (viaggio a Roma senza prima colazione) allora risulterà molto più facile per gli acquirente fare una scelta tra due prodotti questa volta più simili tra loro. Tutto ciò ci insegna che è bene inserire un’esca simile al prodotto che ci interessa vendere di più.

La prova del nove

Siamo tutti d’accordo che un centesimo non cambia la vita a nessuno, ma le ricerche dicono che i prezzi che terminano in 9 invece che per cifra tonda hanno una maggiore efficacia in termini di vendite. Dalle parti di iTunes ne sanno qualcosa.

Ancore e aggiustamenti

Niente è caro di per sé: tutto è relativo a ciò che ci sta in torno. Quindi un prezzo se comparato a un altro più alto tenderà ad apparire ancora più basso. È un processo automatico e non possiamo farci niente, ma conoscere i prezzi della concorrenza può fornire un vantaggio mentale interessante.

Pay what you want

L’esempio più noto in ambito entertainment di pagamenti volontari è forse l’album In Rainbows dei Radiohead che, scaricato un milione e ottocento mila volte, generò una media di 2.26$ per album; comunque un successo per la band che non avendo avuto costi di inventario, stoccaggio e spedizione, ottenne un guadagno superiore rispetto a tutti gli altri album.

Tuttavia il sistema del pay what you want funzioni al meglio se si verificano le seguenti condizioni

  • A product with low marginal cost
  • A fair-minded customer
  • A product that can be sold credibly at a wide range of prices
  • A strong relationship between buyer and seller
  • A very competitive marketplace.

Freemium

Le stime indicano un rapporto di 1 a 19: vale a dire che per ogni utente che accede a una versione avanzata di un servizio ne esistono 19 che accedono allo stesso servizio, in versione base e gratuitamente. Il modello sembra funzionare bene se riusciamo a innescare  degli effetti di network; funziona bene soprattutto come strumento di marketing, ma sembra più incerto come modello di azione a lungo termine soprattutto se non si riesce ad ottenere una posizione di forza sul mercato e se si è un’impresa di piccole dimensioni.

Ma la pirateria non ha prezzo

Gratis è sempre meglio di poco? Anche in questo caso l’unica risposta sensata è dipende. La breve ricognizione sulle sperimentazioni sui prezzi sono utili per comprendere le complessità aziendali e compertamentali che stanno dietro alle dinamiche di prezzo. Inoltre, le indagini che ho riportato si riferiscono a mercati spesso molto lontani da quelli digitali e delle industrie culturali. Quindi che fare? Le indicazioni più immediate possono essere riassunte così:

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  • Is Their “Price Customization” Illegal? FindLaw

Piracy Digest

20 Dic

Tutto quello che è bene sapere sulla pirateria

Ogni settimana nei vostri feed reader

Con le mani nel sacco. Dopo L’Eliseo anche i tipi della RIAA e del  Department of Homeland Security sono stati pizzicati nel vergognoso atto delle download illegale: lo rivela il sito Youhavedonwloaded che traccia gli indirizzi IP di coloro che scaricano utilizzando il protocollo BitTorrent.

Punirne uno… È finito in gatta buia Gilberto Sanchez dichiaratosi colpevole di aver caricato, nel marzo del 2009, su Megaupload la copia lavoro di X-Men Origins: Wolverine; per lui un anno di carcere, un altro anno di arresti domiciliari e un po’ di restrizioni all’accesso a Internet. E poi il film non andò così male al botteghino. 

Non rompetici l’Internet. Dalle pagine della Stanford Law Review, Don’t Break the Internet, un lungo intervento di Mark Lemley (Professor at Stanford Law School), David Levine (Assistant Professor at Elon University School of Law) e David Post (Professor at Beasley School of Law, Temple University) su Protect IP e SOPA, le due leggi in discussione al Congresso Americano. Le loro conclusioni? Le proposte di legge violano il Primo Emendamento.

This is not Hollywood

10 Nov

In principio fu Hollywood – almeno questo è quello che ci è stato raccontato fino ad ora – prima che Nollywood – non ho detto Bollywood – diventasse la principale industria cinematografica al mondo per numero di film prodotti.

Nascita di un’industria

Nollywood films

Image by mtrank via Flickr

Erano i tardi anni Novanta e la situazione economica e sociale della Nigeria non era certo rosea; lo stato dell’industria cinematografica non era da meno. I registi non avevano soldi per comprare la pellicola poiché la svalutazione della moneta locale rendeva inaccessibile l’acquisto di film vergine importato. Inoltre, i circuiti cinematografici, quasi inesistenti, iniziavano a chiudere i battenti; per di più, il prezzo di un biglietto cinematografico era inaccessibile per la maggior parte della popolazione locale. I filmaker, quindi, si convertirono al video e iniziò una nuova stagione per l’industria cinematografica nigeriana.

La filiera produttiva si riorganizzò puntando su una produzione di decine di film a settimana; la distribuzione in sala venne abbandonato perché i cinema in Nigeria erano – e tuttora sono – pochi e occupati dai film hollywoodiani; si optò per il passaggio al direct-to-video con vendita delle copie per strada e nei mercati locali: la distribuzione, gestita interamente da imprese nigeriane, permette di conservare all’interno del mercato locale i ricavi delle vendite.

Un po’ di dati

  • Secondo l’Unesco (pdf) Nollywood nel 2005 produceva 872 film, posizionandosi alla pari con i livelli produttivi dell’India;
  • L’Economist, nel 2006, stimava che l’industria cinematografica nigeriana producesse fino 2000 film all’anno;
  • Nel 2008 Ronaldo Lemos propone altri dati (video): Nigeria 1200 film all’anno, India 934, USA 611.

I dati non sono omogenei, ma qualcosa di certo c’è: in Nigeria si sfornano film in quantità e le ragioni di una produzione così fiorente risiedono nei modelli operativi adottati:

  • i tempi di riprese di un film sono concentratissimi: una settimana, dieci giorni circa;
  • il costo medio di una produzione varia dai 10.000 ai 20.000 dollari;
  • i film sono girati in formati digitali e con tecnologie leggere;
  • ogni film è distribuito in VCD o DVD a prezzi molto più accessibili rispetto alla visione in sala.
Si stima che Nollywood incassi dalla vendita dei film tra i 200 e i 300 millioni di dollari all’anno grazie a un mercato locale di 100 milioni di persone.

Nollywood style

Franco Sacchi, regista del documentario This is Nollywood, spiega le caratteristiche del cinema di Lagos:

Riassumo gli aspetti più interessanti:

  •  la qualità dei film è molto bassa: tempi di lavorazione stringatissimi, professionalità ancora acerbe e difficoltà produttive imposte dal contesto, giocano un ruolo centrale nella definizione della qualità finale di un film. Guardate Welcome to Nollywood per farvi un’idea;
  • l’industria cinematografica nigeriana crea lavoro e produce film molto prossimi alle esigenze, alle problematiche e alla cultura locale, cosa che le pellicole straniere che arrivano in Nigeria non riescono a fare;
  •  i film hanno una forte valenza pedagogica: per i produttori è importante che ogni prodoto, a prescindere dal genere e dalla storia, abbia un messaggio positivo da proporre;
  • dalle parole dei produttori sembra emergere un forte senso di rivincita nei confronti delle produzioni straniere (americane in particolare): un elemento importante per Nollywood è la possibilità di appropriarsi di generi e forme di intrattenimento straniere e personalizzare secondo le aspettative locali. Il cinema, ancora una volta, diventa uno strumento di costruizione identitaria.
Altro aspetto di rilievo è il legame dei film di Nollywood con la religione, la stregoneria e il voodoo. Come racconta il documentario Nollywood Babylon, il rapporto con i temi della magia e della religione non è solo di ordine contenutistico: piuttosto sembra crearsi una sorta di franchise tra film e santoni locali i quali mettono in piedi economie non proprio cristalline in cui i film giocano una parte importante nell’opera di indottrinamento.

Pirati a Nollywood

Nollywood HillsI prodotti audiovisivi nigeriani nascono con una forte vocazione locale senza aspirazioni internazionali; tuttavia, con il tempo e grazie alla pirteria che ha saputo colmare le lacune distributive di un’industria in forte crescita, ma ancora in via di definizione, i film del Niger hanno ottenuto un certo seguito anche nei paesi africani limitrofi e all’estero, soprattutto in America e in Gran Bretagna, dove gli elevati tassi di immigrazione hanno fatto crescere il bisogno di prodotti Nigeriani.

La pirateria ha giocato un ruolo chiave nel conferire ai film di Nollywood un ruolo dominante sull’interno mercato africano, tanto che altre cinematografie locali a stentano riescono a contrastare la forza dei film nigeriani. La pirateria ha raggiunto livelli rampanti mostrando le falle di un’industria ancora molto acerba e allo sbaraglio: si calcola l’esistenza di 40.000 video club che acquistano un DVD e poi lo noleggiano senza pagare i diritti di sfruttamento ai legittimi proprietari. Non solo, molte emittenti televisive africano fanno lo stesso: acquistano un DVD e poi lo trasmettono senza alcun pudore.
There is no formal distribution network for Nollywood producers. A finished movie in Lagos is burned onto around 15,000 DVDs with no copy protection and released into the market. If it’s a hit, demand swells. Vendors need more copies. But the producers often can’t keep up. So the movie is copied by pirates and thrown back into the market. The producer can only hope he made back his investment in time.

Nollywood and beyond

Ma c’è già chi si sta muovendo per minimizzare gli effetti della pirateria implementando modelli di business capaci di fare i conti con le lacune di un sistema difficile da sanare nel breve periodo.
Alcuni film maker si stanno muovendo nel tentativo di costruire e riconquistare i circuiti cinematografiche, mentre altri produttori lavorano su luoghi di visione alternativi che permettono di abbassare il prezzo dei biglietti.
Nel frattempo Internet sta diventando un’alternativa valida e reale anche per la Nigeria: Jason Njoku manager di  Nollywood Love, azienda con sede a Lagos che si propone di portare il cinema nigeriano alle audience globali, ha attivato un piattaforma di distribuzione on line che ha iniziato a fare soldi già a due mesi dell’attivazione del servizio grazie alla vendita di inserzioni pubblicitarie. Il 90% del traffico di Nollywood Love proviene da Paesi esteri (Europa, Medio Oriente, Nord America e Caraibi) dove la banda larga ha una penetrazione significativa. Ma Njoku non si scoraggia:
Africa is the final frontier for global businesses and young entrepreneurs […] Nigeria is like China in the 1990s or like India in the early 2000s
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We all love (free) e-books

8 Nov

Lo scorso ottobre,  ReadWriteWeb dedicava un articolo alla vertiginosa crescita della pirateria relativa agli ebook. Il post richiamava i risultati di uno studio condotto da Attributor – compagnia che fornisce servizi di monitoring e soluzioni anti-pirateria.  Un upgrade di una precedente ricerca del gennaio 2010 che stimava attorno ai $2.8 miliardi di dollari l’ammontare delle perdite fronteggiate dall’industria proprio a causa dei “pirati digitali”.

It’s all about numbers…

Tra i dati salienti (per un dettaglio sulla metodologia di raccolta e analisi, vi rimando direttamente allo studio):

  • 50% increase in online searches for pirated downloads throughout the past year
  • 1.5-3 million daily Google queries for pirated e-books
  • 20% increase in demand for pirated downloads since the iPad became widely available in mid-May 2010
  • 54% increase in pirated e-book demand since August 2009
  • Proliferation of smaller sites that host and supply pirated e-books – a shift from larger sites like Rapidshare dominating the syndication market
  • “Breaking Dawn” by Stephanie Meyer registered the most pirated copy searches throughout the study
  • Widespread international demand, with the largest number of searches during the study originating in:
  • United States: 11%
  • India: 11%
  • Mexico: 5%

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The Day the Music Died

25 Ott

Se siete riusciti ad arrivare alla fine del video significa che avete stomaco e ora dovete sapere che quello che avete visto è un esempio di Tecnobrega: un fenomeno musicale che vanta di un modello di business davvero all’avanguardia. Ma dovete anche sapere che “brega” in portoghese significa “di cattivo gusto”, quindi non storcete il naso: qui non si parla di qualità musicale o del presunto valore artistico di un prodotto, qui si parla di come venderlo.

Cos’è il Tecnobrega?

È un genere musicale molto popolare nelle regioni del nord del Brasile in particolare nelle periferie di Belém do Parà. Musicalmente riprende le sonorità tecno, dance, electronic, principlamente degli anni Ottanta, e le mischia con canzoni molto popolari a livello locale. Le radici di questo genere risalgono alle canzoni romantiche degli anni Sessanta rese popolari da un noto show televisivo brasiliano: Jovem Guarda. A metà degli anni Ottanta, il Tecnobrega è stato riconosciuto come genere  specifico dopo la pubblicazione dell’album “Brega-chique, chique-brega” (letteralmente “pacchiano-chic, chic-pacchiano”)  della pop star Eduardo Dusek.

Il Tecnobrega, nei fatti, è un genere musicale che esiste grazie al lavoro di numerosi dj che riutilizzano, remixano, mashano canzoni molto pop e smelense – pacchiane appunto – e vi aggiungono basi e sonorità di derivazione tecno.

Il business del Tecnobrega

La peculiarità del Tecnobrega risiede tutta nel modello di business fondato su una rete di relazioni complesse tra numerosi attori:

– I DJ: il valore di un DJ non sta solo nella sua bravura nel remixare musica brega in stile tecno, ma risiede soprattutto nella sua capacità di creare uno zoccolo duro di fan. L’abilità nella costruzione di una community solida e fedele ha, a sua volta, un valore d’uso centrale nella costruzione di una reputazione vendibile agli organizzatori di Sound System. Il DJ è colui che è in grado di aprire uno spazio di condivisione e di partecipazione all’esperienza Tecnobrega. Infatti, il lavoro dei DJ viene pagato dagli organizzatori dei Sound System e dalle concert hall.

– I venditori ambulanti: ogni anno nella scena Tecnobrega vengono pubblicati più di 400 CD e più di 100 DVD (una major in Brasile pubblica circa 10 dischi all’anno); i CD non vengono venduti nei negozi, ma nelle strade a 3-5$: gli stessi ambulanti che vendono CD piratati vendono anche la musica Tecnobrega grazie a un accorto diretto con gli artisti (DJ e compositori). Questi ultimi non chiedono un compenso dalla vendita delle copie ai venditori ambulanti, ma si impegnano perché i loro disco abbiano una larga distribuzione nei mercatini ai bordi delle strade.

– Sound System: sono il vero fulcro del business del Tecnobrega; sono dei party che si svolgono nelle periferie più povere del Brasile. Il divertimento risiede nelle gare tra Sound System ciò dei baracconi tecnologicamente all’avanguardia che pompano a manetta il Tecnobrega: lo sfoggio tecnologico, la celebrazione dell’impianto più all’avanguardia è la chiave di questi spettacoli. Il tasso di tamarraggine si impenna, ma la costruzione di un evento ad hoc, altamente spettacolare, incentrato sul culto della tecnologia e basato su una condivisione dell’esperienza molto radicata nelle dinamiche di consumo musicale, fa si che il Sound System diventi una vera macchina macina denaro.

– Il pubblico infatti  paga per accedere e  partecipare ai Sound System (circa 15$) dove il merchandising derivato va a ruba. Tra i vari prodotti disponibili ci sono anche  CD e i DVD (5-6$) con contenuti in alta qualità venduti dai DJ e dalle band presenti durante la festa.

Gli sponsor sono un altro tassello chiave nel business del Tecnobrega:  investitori esterni finanziano l’organizzazione e l’implementazione tecnologica dei Sound System e ottengono, come contro partita, una parte dei profitti generati dall’evento. Il Tecnobrega, non a caso, è un’industria multimilionaria.

Il modello di business del Tecnobrega

Il modello di business del Tecnobrega (di Ronaldo Lemos)

La rete del Tecnobrega

Uno degli aspetti più intriganti di questo fenomeno è la totale incuranza dei tradizionali vincoli imposti dalla proprietà intellettuale: all’interno della scena Tecnobrega, la proprietà intellettuale non è rilevante perché non è nemmeno contemplata dagli utenti e non fa parte di quel modello di business. La pirateria è intesa come puro strumento promozionale. I venditori ambulanti confezionano compilation e masterizzano copie di CD senza neanche essere sfiorati dall’idea di compiere un atto illegale. Ciò lascia sorpresi soprattutto se inquadriamo questo fenomeno in un paese come il Brasile in cui la normativa sul copiryght è talmente rigida da non contemplare nemmeno il fair use.

Tuttavia, non si può neanche parlare di pirateria perché nel Tecnobrega la pirateria non esiste: siamo in presenza di un accordo esplicito tra le parti; un accordo davvero sui generis che riformula l’intera catena del valore in campo musicale. Il Tecnobrega mette in sistema una serie di fattori e di attori capaci di dare forma a un ecosistema economico-culturale complesso: Ana Domb Krauskopf suggerisce di abbandonare l’idea di catena del valore e di adottare la metafora della rete del valore per descrivere il fenomeno del Tecnobrea.

Tecnobrega - rete del valore

La rete del valore del Tecnobrega (di A. Domb Krauskopf)

Il modello di business del Tecnobrega si compone di flussi monetari che a loro volta si avvalgono di flussi non monetari (le declinazione specifiche del fandom e del community building) costruiti attraverso un’intesa interazione attraverso i social network.

A value network approach also accounts for elements crucial to the success of the creative industries such as non-monetary transactions and the work of consumers as grassroots intermediaries building fan communities and evangelizing about programs — activities that add value to the products and efforts of content producers.

Più un DJ sarà in grado di costruirsi un’audience attraverso il file sharing e i social network,  più le sue quotazioni saliranno e avrà, di conseguenza, maggiori opportunità di essere ingaggiato da altri team di Tecnobrega. In questo modo il Tecnobrega riesce a fare soldi anche in luoghi ad alto tasso di povertà – regioni dove di solito la pirateria raggiunge livelli rampanti proprio a causa delle condizioni economiche proibitive.

Unlike other music fandoms where participants may obsess over every nuance of a song, within Tecnobrega the social aspects of fandom take precedent. The driving motivator for partecipation within Tecnobrega seems not to be the music itself but the social experience; Tecnobrega audiences use the party environment to connect with each other.

Assegnando alle audience un ruolo centrale nelle dinamiche di circolazione del prodotto, quest’ultimo sembra sparire per dare il via a modelli di business focalizzati sull’immediatezza dell’evento e dell’esperienza.

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