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La cultura è piatta

24 Feb

Quando si parla di pirateria e di possibili interventi per arginare il fenomeno, c’è sempre qualcuno che alza la mano e dice: “Mettiamo una piccola tassa sulla bolletta di tutti quelli che scaricano e diamo i soldi raccolti a chi detiene i diritti”. Quella tassa si chiama Culture Flat Rate e, da quando il download illegale è diventato un fenomeno di massa, si è discusso parecchio sulla validità di questo balzello.

Cos’è il Culture Flat Rate?

Il Culture Flate Rate è una tassa sulle connessioni a banda larga il cui ricavato è distribuito  tra gli artisti e tra ai possessori dei diritti di sfruttamento dei contenuti che sono distribuiti on line sui circuiti di file sharing. In cambio del pagamento della tassa, gli utenti otterranno il diritto di scaricare da tutti i servizi di P2P e file sharing ciò che vogliono.

Perché sì?

I principali vantaggi derivanti dal Culture Flat Rate sono:

  • la decriminalizzazione della pirateria digitale;
  • la remunerazione dei creatori di contenuti;
  • la possibilità di sollevare gli ISP da qualsiasi intervento sulle connessioni dei loro utenti;
  • l’accesso illimitato a tutte le tipologie di contenuti presenti in rete;
  • l’annullamento dei costi sociali derivanti dall’applicazione delle leggi su copyright e diritto d’autore.

Perché no?

Purtroppo la lista degli aspetti negativi è molto più lunga di quella dei vantaggi: infatti, l’eventuale applicazione del Culture Flat Rate implicherebbe una serie infinita di “effetti collaterali”. Eccone alcuni:

  • L’individuazione di criteri di ripartizione dalla tassa: qual è il principio base sul quale fondare la divisione del denaro raccolto? I passaggi radio e TV – che premierebbero solo le hit e non i prodotti di nicchia? Il numero di download – che premierebbe i contenuti più scaricati favorendo dinamiche di schieramenti e falsificazione dei download? Sebbene sia possibile quantificare numero e tipologie di file scaricati, tale procedimento comporterebbe una violazione significativa della privacy di tutti noi…
  • Cosa succederebbe con i contenuti di nicchia? Il Culture Flat Rate penalizzerebbe l’effetto coda lunga? Probabilmente sì. Il rischio implicito è quello di dare maggior rilevanza a prodotti di massa e portare a un livellamento della produzione di contenuti: il Culture Flat Rate non premierebbe la ricerca, l’eccellenza, la diversificazione e la pluralità;
  • Le barriere regionali continueranno a esistere? Probabilmente sì. La fine delle finestre distributive – assurde in un mercato globale – sarebbe il passo indispensabile per l’applicazione di una tassa per l’accesso ai contenuti, ma sarebbe anche la soluzione fondamentale per ridimensionare le pratiche di pirateria;
  • Chi pagherebbe? Una tassa su consumi presunti è iniqua poiché non è pensabile di tassare anche chi non utilizza sistemi P2P a meno che non si vada a scandagliare le abitudini d’uso della rete di miliardi di utenti;
  • Quali sarebbero le conseguenze economiche su servizi di distribuzione digitale come iTunes, Spotify, Netflix e altri ancora? Il Culture Flat Rate andrebbe a minare le fondamenta di quei modelli di business legati alla distribuzione digitale;
  • Per non parlare della burocrazia! Chi gestirebbe il tutto? Solo ora stiamo assistendo a una debole riforma della SIAE, l’introduzione di una tassa di questo tipo incrementerebbe in modo esponenziale le pratiche per la gestione dei diritti;
  • Infine, rimarrebbero irrisolti problemi legati al controllo sui contenuti e alle loro possibilità d’suo, sia lato produttori, sia lato utente finale: come verrebbero monitorate, contenute o incoraggiate forme di riutilizzo dei contenuti?
Insomma, la questione del Culture Flat Rate è tutt’altro che semplice. In questo post ho cercato di riassumere solo alcune delle questioni irrisolte che al momento ostacolano l’introduzione del Culture Flat Rate.
Per chi fosse interessato ad approfondire la questione segnalo alcuni link (esaustivi e chilometrici):
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Scaricare gratis è un furto?

10 Feb

Wired.it ha messo a confronto le opinioni di Matteo Bordone e Andrea Girolami sulla questione della pirateria. Scaricare contenuti da circuiti pirata è un furto? Sì? No? La risposta migliore è: chissenefrega. Nel senso che il problema non sta nel capire se siamo tutti da rinchiudere in gattabuia, piuttosto è più utile andare oltre gli schieramenti e valutare la pirateria e i suoi effetti all’interno di un sistema complesso e a dir poco sfuggente.

L’alibi della pirateria

La pirateria è un furto nel momento in cui la legge dice che lo è, ma scaricare file è qualcosa di radicalmente diverso dal rubare un oggetto fatto di atomi. Questo lo sanno anche all’MPAA, alla RIAA, lo sanno i federal, i tipi di IT Crowd e quelli dell’Univideo, anche se si ostinano a paragonare lo scaricamento al furto, stimando i presunti danni della pirateria  con il classico rapporto uno a uno. Un file scaricato non è un mancato atto di acquisto. I nostri hard disk sono pieni di file ottenuti illegalmente che non hanno mai goduto di un play. Gran parte della roba che viene scaricata, comunque, non sarebbe stata comprata. Utilizzare la pirateria per giustificare una presunta crisi di mercato significa ignorare i sintomi di un problema che sta altrove.

L’effetto Ryanair

Per un prodotto culturale è sempre preferibile la più ampia circolazione piuttosto che il dimenticatoio: la pirateria e in generale l’ampio accesso ai contenuti, stimolano il consumo di altri contenuti, anche per vie legali e a pagamento. Un po’ come è successo con la Ryanair: ci ha abituati a utilizzare l’aereo e ora lo utilizziamo di più, e siamo disposti a pagare di più per avere quel servizio. Le ricerche sulla pirateria dimostrano che il download illegale è in grado di aggregare e stimolare i consumi e creare effetti di network.

In soldoni, è molto difficile stabilire con certezza se la pirateria faccia bene o male alle industrie culturali. Di certo le ha obbligate a cambiare (non sempre in meglio).

Cosa offre BitTorrent oggi?

Quando si parla di pirateria bisogna sempre fare attenzione a cosa ci si riferisce. Musica? Film? Videogame? Serie TV? E-book? Software? Sebbene il file-sharing illegale sia un calderone di roba dove si trova di tutto, nei fatti ognuna delle tipologie di prodotti elencate presenta dinamiche di consumo specifiche e indotti merceologici completamente diversi, tanto che gli effetti della pirateria sono da rivalutare su ogni tipologia di prodotto. Così come le possibili manovre anti-pirateria.

In ambito musicale il sampling (prima sento per via pirata e poi compro) ha un effetto positivo sulle vendite e spesso il download illegale stimola la domanda di prodotti collaterali. La sindrome del collezionista alberga in ognuno di noi, anche se in modi differenti. Quindi la cosa migliore da fare è puntare sullo strecthing del brand, differenziando il prodotto, allargandosi verso mercati meno piratabili e dall’alto valore aggiunto.

Il merchandising è il canale di introiti più significativo per le produzioni cinematografiche non solo per quelle ad altissimo budget. Per le produzioni indie la cosa migliore è la disintermediazione e l’approdo a forme di crowdfinancing.

Gli e-book sono ancora un mercato in crescita e formazione: ancora è difficile stabilire con chiarezza cosa fare con la pirateria. Sono note le posizioni di diversi scrittori e di analisti che riconoscono nella pirateria uno stimolatore di vendite e un valido strumento pubblicitario (non solo per il mercato digitale ma anche per quello delle pagine di carta). Non vi piace Cohelo? Come darvi torto. A me piace la posizione di Vincenzo Latronico.

Anche i pirati hanno un cuore

Le cose belle vanno possedute: non solo Bordone la pensa così. I pirati hanno un cuore e un portafogli. E sembrerà strano, ma lo usano. Lo dice la Warner Bros. non io. Però, strisciano la carta di credito solo quando lo reputano più opportuno.

Di certo i prezzi non aiutano. Sicuramente lavorare sull’abbassamento dei costi d’accesso ai contenuti sarebbe uno stimolo alla riduzione delle pratiche illegali. Sicuramente aiuterebbe l’eliminazione delle finestre distributive. Sicuramente aiuterebbe l’incremento di servizi di distribuzione legali, magari con più attenzione alle esigenze degli utenti.

Personalmente ci ho provato più volte ad acquistare film che volevo vedere, ma non c’erano da nessuna parte perché qualcuno aveva deciso per me che non era il momento giusto per vedere quel film e che sarebbe stato meglio che io aspettassi ancora qualche mese. In un contesto globale tutto ciò è da suicidio.

Insomma perché Netflix e Spotify crescono? e crescerebbero di più se solo si abbattessero le barriere regionali? Io credo di sì, ma non posso dimostrarlo.

Se è digitale prima o poi sarà anche gratis

Mettiamoci il cuore in pace. Possiamo chiamarli pirati, rimastoni, scrocconi, come volete, ma bisogna fare i conti con il fatto che ormai l’abitudine ad avere contenuti gratuiti è dilagante. Le soluzioni sono due: chiamare la finanza oppure creare esperienze di consumo capaci di soddisfare le esigenze degli utenti. Puntare su un vasto parco titoli. Farlo subito, non dopo. Fornire contenuti multilingua. Diversificare i prezzi d’accesso per intercettare tutte le possibili soglie di reddito. Favorire le dinamiche di socializzazione sui contenuti: nel bene e nel male ci fidiamo di più dei consigli dei nostri pari. Se gli attuali sistemi di file-sharing hanno perso quel lato “umano” che avevano in precedenza (e che era fondamentale per creare passa parola) esistono i social network, le social TV e i sistemi di content curation. Oppure trovare formule di finanziamento incrociato: a me il product placement non fa così schifo; bisogna saperlo usare correttamente. Provare a monetizzare su prassi illegali, come sta cercando di fare YouTube,  ma questa è tutta un’altra pirateria…

Insomma, i modi per far sì che i pirati tornino a vivere nelle favole ci sono.

Piracy Digest

20 Dic

Tutto quello che è bene sapere sulla pirateria

Ogni settimana nei vostri feed reader

Con le mani nel sacco. Dopo L’Eliseo anche i tipi della RIAA e del  Department of Homeland Security sono stati pizzicati nel vergognoso atto delle download illegale: lo rivela il sito Youhavedonwloaded che traccia gli indirizzi IP di coloro che scaricano utilizzando il protocollo BitTorrent.

Punirne uno… È finito in gatta buia Gilberto Sanchez dichiaratosi colpevole di aver caricato, nel marzo del 2009, su Megaupload la copia lavoro di X-Men Origins: Wolverine; per lui un anno di carcere, un altro anno di arresti domiciliari e un po’ di restrizioni all’accesso a Internet. E poi il film non andò così male al botteghino. 

Non rompetici l’Internet. Dalle pagine della Stanford Law Review, Don’t Break the Internet, un lungo intervento di Mark Lemley (Professor at Stanford Law School), David Levine (Assistant Professor at Elon University School of Law) e David Post (Professor at Beasley School of Law, Temple University) su Protect IP e SOPA, le due leggi in discussione al Congresso Americano. Le loro conclusioni? Le proposte di legge violano il Primo Emendamento.