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Effetto HADOPI

4 Giu

È di qualche settimana fa la notizia del presunto successo di HADOPI (Haute Autorité pour la diffusion des oeuvres et la protection des droits sur l’Internet),  l’autorità francese che si fa carico dell’applicazione dell’omonima legge contro la pirateria.

Il provvedimento, entrato in vigore nel 2010, prevede tre segnalazioni al titolare del contratto di abbonamento a Internet dal quale risulta un traffico da siti P2P illegali. L’ultimo stadio di applicazione della legge anti-pirateria prevede  una chiacchierata con un giudice che potrà decidere per una disconnessione forzata della connessione a banda larga incriminata.

 Funziona HADOPI?

Secondo i dati resi noti dallo SNEP (Syndicat National de l’Edition Phonographique) HADOPI funziona.

  • tra ottobre 2010 e dicembre 2011 sono stati aperti complessivamente 755.015 dossier
  • nel 95% dei casi i primi avvisi funzionano come deterrente
  • nel 92%  dei casi HADOPI si ferma al secondo passaggio
  • all’arrivo della terza notifica, solo nel 2% dei casi si arriva ai provvedimenti previsti dalla legge
Funziona quindi il terrorismo psicologico, poiché in generale sono gli stessi utenti che ricevono una segnalazione a contattare HADOPI con l’intenzione di sanare la loro posizione.
Il successo di HADOPI è confermato da una diminuzione del traffico P2P in Francia:
  • 17% in meno di utenti su siti che raccolgono link a circuiti P2P
  • 29% in meno di utenti nei circuiti µTorrent, BitTorrent, eMule, LimeWire
  • dati confermati da una generale diminuzione del file sharing illegale del 43%

HADOPI funziona. Davvero?

Se l’obbiettivo delle leggi anti-pirateria è quello di ridurre il download illegale e favorire il passaggio a canali di distribuzione a pagamento, il corollario inequivocabile dovrebbe essere che a un calo significativo dei consumi pirata corrisponde un aumento dei consumi legali e a pagamento. TorrentFreak segnala, per il caso francese, un andamento opposto:

If we look at the French music industry we see that overall revenues were down by 3.9 percent in 2011.

Likewise, the French movie industry is still going through a rough period with revenues dropping 2.7 percent in 2011. Ironically, an industry insider even blamed online piracy for this drop.

Lo stesso tipo di decrescita è individuato nel report della SNEP (pdf) relativo all’andamento del mercato musicale nel primo trimestre del 2012: la perdita registrata è del 5% che equivalerebbe a 5 milioni di euro per il solo mese di marzo.

SNEP

SNEP – andamento del mercato musicale frances primo trimestre 2012

Tuttavia è difficile e pretestuoso stabilire una relazione diretta tra calo della pirateria e diminuzione/aumento degli introiti. Il dato relativo all’industria francese deve essere messo in sistema con un cambio sostanziale del mercato. La diminuzione delle vendite di supporti fisici (più redditizi) e il passaggio progressivo a un mercato incentrato sul download (meno redditizio rispetto a quello di CD e DVD) spiegherebbe parte del fenomeno.

Anche Le Figaro ha fatto le pulci a HADOPI mettendo in discussione la metodologia con cui sono stati raccolti dati. Aggregando i dati come è stato fatto per il P2P, i tipi di Le Figaro riscontrano un interesse reale dei francesi per lo streaming illegale e per il download diretto: +12% nel 2011 sulla stessa base di siti.

Cette tendance est encore plus marquée si l’on ajoute cinq autres sites majeurs d’hébergement de fichiers écartés de l’étude (FileSonic, FileServe, VideoBB, PureVID, MixtureVideo) et si l’on remonte un peu plus loin dans le temps. Ainsi depuis octobre 2010, c’est-à-dire depuis l’envoi des premiers mails d’avertissement de l’Hadopi, le streaming et téléchargement direct est passé de 6,5 à 8,3 millions de visiteurs uniques dédupliqués en France, selon Médiamétrie, soit une hausse de 29%.

Nella diatriba ci si infila anche Le Monde criticando la presunta correlazione tra crescita dei mercati legali e successo di HADOPI. Le Monde mette in evidenza come il mercato del download legale sia strettamente legato all’andamento di iTunes il quale registra importanti picchi di vendita in corrispondenza dell’uscita di un nuovo modello di iPhone sul mercato francese.

Le Monde - Relazione vendite su iTunes e uscita nuovi modelli iPhone

Le Monde – Relazione vendite su iTunes e uscita nuovi modelli iPhone

Sebbene la crescita del mercato legale sia inequivocabile, l’analisi di Le Monde depotenzia la presunta efficacia di HADOPI nello stimolo di consumi legali.

Rincara la dose Le Figaro contestando le scale logaritmiche utilizzate per rappresentare graficamente l’andamento dei mercati legali in Francia. La scala lineare utilizzata da Le Figaro evidenzia in modo più netto gli andamenti del mercato da un anno all’altro e il divario tra i grandi distributori e quelli minori la cui crescita sembrerebbe davvero irrisoria.

Andamento delle piattaforme legali secondo HADOPI

Andamento delle piattaforme legali secondo HADOPI

Offerte legali in Francia

Andamento delle piattaforme legali in Francia secondo Le Figaro

Anche l’analisi di Le Figaro metterebbe in discussione uno dei punti cardini del presunto successo di HADOPI: diminuisce la pirateria e aumentano i consumi legali a pagamento.

Il risultato finale è quello di un mercato della distribuzione digitale fortemente oligopolistico in cui è complesso identificare l’efficacia delle norme anti-pirateria. Anche se HADOPI ha dimostrato una certa efficacia, rimane da verificare la correlazione con la crescita dei mercati legali che dimostrano un andamento ancora incerto, sebbene in crescita costante. Anche in questo caso, non è lecito arrivare a conclusioni che addebitino alla pirateria un eventuale ruolo nodale nel rallentamento della crescita dei servizi di distribuzione legale. Altri aspetti devono essere considerati: tra tutti le variazioni di budget personale disponibile, le innovazioni tecnologiche e il contesto di fruizione.

Costi sociali di HADOPI

La valutazione dell’efficacia di una legge anti-pirateria – così invasiva e invadente come HADOPI – non può fare a meno di considerare i costi di tale intervento. Infatti, se da un lato HADOPI  riesce a contenere il fenomeno della pirateria, dall’altro non è chiaro quanto costi l’applicazione della legge. Secondo la voce HADOPI della versione francese di Wikipedia:

Les coûts d’application de la nouvelle loi, y compris après sa mise en conformité avec la constitution, sont estimés par le ministère de la Culture à 6,7 millions d’euros. Les fournisseurs d’accès sont en désaccord total avec ces estimations; d’après eux, les coûts atteindront plusieurs dizaines de millions d’euros (100 millions selon La Fédération française des télécoms). De plus, les internautes recevraient l’injonction d’installer sur leur ordinateur un logiciel de sécurisation payant et non interopérable.

Il futuro di HADOPI è incerto. Con l’uscita di scena di Sarkozy, il principale fautore della legge, e l’arrivo di Holland all’Eliseo si vocifera già di un possibile pensionamento della tanto contestata legge sulla pirateria.

Nel suo programma elettorale, Hollande aveva promesso, in caso di vittoria, una rivalutazione di HADOPI; tuttavia Hollanda dovrà dare un colpo al cerchio e uno alla botte, poiché inimicarsi le lobby delle industrie culturali potrebbe risultare una una mossa azzardata.

Sulla materia, Hollande aprirà una  consultazione che durerà sei mesi, il tempo necessario per ascoltare tutti gli attori della filiera compresi i consumatori, al termine della quale si deciderà il futuro di HADOPI.

Tuttavia sembra che l’orientamento di Hollande sia quello di intervenire con un legge sull’exception culturelle al fine di valorizzare la produzione culturale e distinguerla da quella di altri prodotti commerciali, e favorire la produzione nazionale con lo scopo di mitigare l’espansione dei prodotti esteri. A questo si aggiungerebbe un intervento sulla falsa riga del culture flat rate, che favorirebbe la depenalizzazione del download illegale a fronte di una tassazione sulle connessioni internet.

Staremo a vedere. Le scelte francesi in materia di diritto d’autore e pirateria avranno un impatto sicuro sulle politiche comunitarie e di conseguenza, anche dalle nostre parti, si faranno sentire le ricadute delle scelte di Holland.

In Loving Memory of library.nu

15 Mar

Would you steel a book - ebook piracy

Il 15 febbraio 2012 un manipolo di editori ha ottenuto da un tribunale di Monaco un’ingiunzione di chiusura per library.nu, uno dei più noti servizi di download illegale di ebook. Insieme al sito sono spariti più di 400.000 titoli e il cyberlocker iFile.it, ma sono rimasti i numerosi problemi dell’industria editoriale incapace di confrontarsi con la pirateria.

Libray.nu è un sito era un sito che raccoglieva link dai quali poter scaricare ebook gratuitamente e, nella maggior parte dei casi, piratati. Library.nu non forniva link a pagamento e non inseriva banner pubblicitari come invece faceva il cyperlocker iFile.it che, secondo i dati riportati nell’ingiunzione, guadagnava più di 10.000 dollari – dati smentiti dai proprietari del sito. Entrambi i siti hanno deciso di oscurare i loro servizi a seguito dell’ingiunzione.

Per gli editori coinvolti nella questione, la chiusura di library.nu è stata sbandierata come una grande conquista nella lotta alla pirateria e un passo fondamentale per l’ottenimento dei giusti compensi derivanti dallo sfruttamento della proprietà intellettuale.Tuttavia – cosa ve lo dico a fare –  continuano a spuntare come funghi siti in grado di fornire servizi simili a quelli dei due siti chiusi.

library.nu Unique Visitors

Library.nu - Visitatori unici http://siteanalytics.compete.com/library.nu/

Alcuni motivi per piangere la morte di library.nu

Library.nu ci mancherà. Parecchio. Ci mancherà perché il patrimonio che custodiva, curava e rendeva disponibile attraverso la community che animava la piattaforma, era inestimabile. Quel patrimonio spesso era irraggiungibile in gran parte del mondo perché composto da materiali non distribuiti a livello globale, fuori catalogo o semplicemente troppo costosi. Library.nu era diventato il punto di riferimento per la comunità scientifica e per gli studenti: uno strumento di ricerca inestimabile.

Christopher Kelty sulle pagine di Aljazeera analizza la composizione degli utenti di library.nu:

They live all over the world, but especially in Latin and South America, in China, in Eastern Europe, in Africa and in India. It’s hard to get accurate numbers, but any perusal of the tweets mentioning library.nu or the comments on blog posts about it reveal that the main users of the site are the global middle class. They are not the truly poor, they are not slum-denizens or rural poor – but nonetheless they do not have much money. They are the real 99 per cent (as compared to the Euro-American 1 per cent).

They are a global market engaged in what we in the elite institutions of the world are otherwise telling them to do all the time: educate yourself; become scholars and thinkers; read and think for yourselves; bring civilisation, development and modernity to your people.

Alcune risposte degli orfani di libray.nu trovate in giro tra blog e forum chiariscono ancora l’importanza del servizio:

Mpower

Library.nu also had a TON of texts that you simply can’t get legitimately, sadly. As a Middle East historian, I was able to access a lot of information taken by Germans and English of the area from their surveys after WWI. These texts are only either available digitally through sites like library.nu or by going to Berlin or Westminster and looking through records myself.

Alan Toner dalle pagine del suo blog kNOw Future Inc. ricorda che library.nu veniva alimentato in modo significativo anche dagli stessi autori dei libri che non vivono di certo grazie ai compensi editoriali, ma da fonti di reddito collaterali all’attività di scrittori e saggisti. E poi aggiunge:

Outside of formal education, the millions of online autodidacts may be denied access to material, seriously impinging on their lives and possibilities. When one considers the cost of text books and more especially scholarly articles, that is no hyperbole, and applies not only to the global south but the post-industrial north as well, awash in its dreams of knowledge economies and human capital.

Insomma, la lotta alla pirateria editoriale ha delle ripercussioni significative di ordine, culturale, sociale ed economico. Tuttavia, sembra non sia ancora accettabile chiedere ai grandi editori di agire anche in nome di una maggiore sostenibilità della cultura e dell’educazione applicando prezzi più contenuti e facilitando l’accesso agli strumenti e alle fonti per la ricerca e la formazione.

Una nuova library.nu

Dalla fine di library.nu nasceranno nuove library.nu. Cosa possono fare gli editori per evitare che la pirateria abbia la meglio? Provo ad elencare alcuni spunti per una riflessione più accurata sul rapporto tra editoria e pirateria:

  1. abbassare i prezzi: è un po’ il nostro mantra. Dai post di Digital Piracy in più occasioni abbiamo segnalato la necessità di abbassare i prezzi di accesso ai contenuti al fine di arginare il download illegale. Gli editori sostengono che prezzi simili a quelli di iTunes per il prodotto musicale non siano applicabili in campo editoriale poiché svaluterebbero la percezione del libro come prodotto culturale di alto rilievo. Dite sul serio o ci prendete per i fondelli? A me questa cosa non convince. Abbassate i prezzi, soprattutto degli ebook, sperimentate con i prezzi, con le formule ad abbonamento flat e poi riparliamone;
  2. unbundling dei contenuti: fate come iTunes e spacchettate il libro elettronico in capitoli, soprattutto se si tratta di saggistica. Spesso non ci interessa tutto il libro, ma solo una parte o il racconto di uno specifico autore contenuto in una raccolta. Il resto non lo voglio, grazie, e quindi non lo pago;
  3. contenuti extra: arricchite i libri digitali di contenuti extra e multimediali e trovate la specificità dell’ebook;
  4. versioni delux: non abbandonate le pubblicazioni cartacee, ma fate in modo che siano uniche;
  5. ampliare l’offerta: investire nell’editoria digitale significa anche rendere disponibile un catalogo vasto, meglio ancora se vastissimo;
  6. distribuzione globale: se un editore non riesce a gestire una distribuzione internazionale anche per la letteratura scientifica, bhé allora si faccia da parte, ci pensa la pirateria.
  7. ripensare il DRM: troppe restrizioni generano un’esperienza d’uso frustrante. Prima di inserire un DRM è bene valutarne tutti gli effetti.

Altri interventi possibili non riguardano solo gli editori, ma il nostro modo di relazionarci con i libri. Si può pensare a forme di sostegno all’editoria in cambio di un accesso illimitato ai contenuti: le sovvenzioni potrebbero arrivare dallo Stato o da istituti di ricerca, e gli editori garantirebbero la massima circolazione dei libri e quindi della ricerca, al fine di ottenere, sul lungo periodo, degli effetti positivi a livello sociale, culturale e industriale. Ma ho paura che non funzionerebbe…

Potremmo fare a meno degli editori?! Sì, sicuramente se li intendiamo come stampatori, come impacchettatori di volumi e di ebook. Siti come Lulu, Il mio libro, WeBook, Kindle direct-publishing fanno il lavoro sporco. Voi dovete solo mettere i contenuti. Avremo ancora bisogno di editori intesi come catalizzatori culturali, capaci di indicare una prospettiva di lettura della realtà attraverso una proposta editoriale? A questo non so rispondere. Sicuramente qualsiasi editore deve fare i conti anche con la pirateria se vorrà far emergere l’originalità e la validità della propria offerta editoriale.

Come ti scarico gli Oscar

26 Feb

Dal 2003 Andy Baio raccoglie dati sulla distribuzione on-line dei film che hanno ricevuto una nomination all’Oscar. Lo scopo della sua ricerca pluriennale è quello di monitorare l’andamento dei leak dei film canditati all’Oscar in relazione alla distribuzione ufficiale.

Primo dato interessante: dopo diversi anni di inutili tentativi, la MPAA sembra essere riuscita nel tentativo di contenere le fughe degli screener sui circuiti P2P. Quest’anno solo 8 film su 33 sono finiti nei siti di file sharing prima della release ufficiale sui canali legali.

Screeners Leaked - Andy Baio

Screeners Leaked - Andy Baio

Sebbene si sia ridotto drasticamente il numero di film nominati all’Oscar che vengono piratati prima della release ufficiale, ancora è lontana l’idea di una distribuzione valida e capace di sfruttare le potenzialità dei un evento mediale come la notte degli Oscar.

Altro dato interessante: il tempo medio che intercorre dalla distribuzione theatrical al primo leak è diminuito in modo sensibile: da 137 giorni del 2003 si è passati ai 94 del 2012. Tuttavia, se si considera che il risultato è spalmato su un tempo di quasi dieci anni, il traguardo non sembra poi così entusiasmante .

Median Days from U.S. Realeas and Retail Leak -Andy Baio

Median Days from U.S. Realeas and Retail Leak -Andy Baio

Inoltre, i pirati sembrano impiegare sempre più tempo a piratare i contenuti. Questo dato è correlato alla diminuzione della popolarità delle versioni pirata a bassa qualità: le registrazioni dalla sala hanno sempre meno valore per chi scarica rispetto ai rip di DVD o Blu Ray (e come non essere d’accordo!).

Il resto della ricerca lo trovate su Waxy.

All’MPAA non resta che accorciare il più possibile i tempi di distribuzione dei film sui canali legali soprattutto se si trova a maneggiare titoli dal rendimento moderato al botteghino: questi ultimi generalmente funzionano meglio sui servizi di distribuzione legale e mostrano un appeal minore sui circuiti P2P, se paragonati ai blockbuster.

La questione dei leak dei film candidati agli Oscar mette in rilievo un problea più complesso e ancora inesplorato: rimane da capire se i movie leak possano funzionare come strumento promozionale. Considerato che la maggior parte dei leak è imputabile a un industry insider è stata più volte ventilata l’ipotesi che il leak possa funzionare come strumento di marketing virale, capace di creare rumore e portare persone al cinema, come è successo con Wolverine, Batman: The Dark Knight, e Harry Potter e i doni della morte – Parte 1.

Voi che ne dite?

SOPA tra pirateria e mercato: Wikipedia chiude per 24h

18 Gen

Da qualche tempo ha preso vita un forte dibattito sull’ultimo provvedimento che le industrie culturali hanno battezzato con l’acronimo SOPA (Stop Online Piracy Act) e che a più voci è stato indicato come l’ennesima motivata minaccia alla nostra libertà, anzi la più grave, in grado persino di intaccare persino la libertà di espressione e innovazione sancita dalla Costituzione degli Stati Unit d’America.

Di questo dibattito, inutile dirlo, poco o niente si è appreso dai media “tradizionali”,  mentre Facebook, Twitter, blog e testate giornalistiche più o meno “nerdish” (passateci il termine) continuano a stare sul pezzo aggiornando la lista di quanti impegnati concretamente contro la misura. Per fare alcuni esempi, Wikipedia USA e Reddit si preparano a oscurare i rispettivi siti  (l’enciclopedia online ha già iniziato la protesta che durerà 24 ore; il secondo dovrebbe “chiudere” tra qualche ora per 12 ore – qui una lista in progress di quanti stanno aderendo alla protesta), mentre Google.com ha messo online una pagina contro la censura della Rete.

Tra le posizioni più interessanti, spicca a mio avviso quella di Tim O’Reilly cui vi rimando (articolo in inglese). Per sintetizzare:

  1. la pirateria è diretta espressione di un fallimento del mercato incapace di rispondere alla domanda dei consumatori e non dell’azione di attori in malafede che vogliono appropriarsi in maniera non autorizzata di materiale coperto da copyright;
  2. la soluzione di un problema di mercato sta nel mercato e non in un atto governativo. La risposta dovrebbe prevedere misure come sviluppo di prodotti, business model innovativi e adeguate politiche di prezzo. Il tutto supportate da leggi a sostegno e reale difesa della proprietà intellettuale e non dirette al consolidamento delle posizioni dominanti.

Insomma, nulla di nuovo sotto il sole. Storia trita e ritrita, direte. Eppure siamo ancora qui a parlarne.

This is not Hollywood

10 Nov

In principio fu Hollywood – almeno questo è quello che ci è stato raccontato fino ad ora – prima che Nollywood – non ho detto Bollywood – diventasse la principale industria cinematografica al mondo per numero di film prodotti.

Nascita di un’industria

Nollywood films

Image by mtrank via Flickr

Erano i tardi anni Novanta e la situazione economica e sociale della Nigeria non era certo rosea; lo stato dell’industria cinematografica non era da meno. I registi non avevano soldi per comprare la pellicola poiché la svalutazione della moneta locale rendeva inaccessibile l’acquisto di film vergine importato. Inoltre, i circuiti cinematografici, quasi inesistenti, iniziavano a chiudere i battenti; per di più, il prezzo di un biglietto cinematografico era inaccessibile per la maggior parte della popolazione locale. I filmaker, quindi, si convertirono al video e iniziò una nuova stagione per l’industria cinematografica nigeriana.

La filiera produttiva si riorganizzò puntando su una produzione di decine di film a settimana; la distribuzione in sala venne abbandonato perché i cinema in Nigeria erano – e tuttora sono – pochi e occupati dai film hollywoodiani; si optò per il passaggio al direct-to-video con vendita delle copie per strada e nei mercati locali: la distribuzione, gestita interamente da imprese nigeriane, permette di conservare all’interno del mercato locale i ricavi delle vendite.

Un po’ di dati

  • Secondo l’Unesco (pdf) Nollywood nel 2005 produceva 872 film, posizionandosi alla pari con i livelli produttivi dell’India;
  • L’Economist, nel 2006, stimava che l’industria cinematografica nigeriana producesse fino 2000 film all’anno;
  • Nel 2008 Ronaldo Lemos propone altri dati (video): Nigeria 1200 film all’anno, India 934, USA 611.

I dati non sono omogenei, ma qualcosa di certo c’è: in Nigeria si sfornano film in quantità e le ragioni di una produzione così fiorente risiedono nei modelli operativi adottati:

  • i tempi di riprese di un film sono concentratissimi: una settimana, dieci giorni circa;
  • il costo medio di una produzione varia dai 10.000 ai 20.000 dollari;
  • i film sono girati in formati digitali e con tecnologie leggere;
  • ogni film è distribuito in VCD o DVD a prezzi molto più accessibili rispetto alla visione in sala.
Si stima che Nollywood incassi dalla vendita dei film tra i 200 e i 300 millioni di dollari all’anno grazie a un mercato locale di 100 milioni di persone.

Nollywood style

Franco Sacchi, regista del documentario This is Nollywood, spiega le caratteristiche del cinema di Lagos:

Riassumo gli aspetti più interessanti:

  •  la qualità dei film è molto bassa: tempi di lavorazione stringatissimi, professionalità ancora acerbe e difficoltà produttive imposte dal contesto, giocano un ruolo centrale nella definizione della qualità finale di un film. Guardate Welcome to Nollywood per farvi un’idea;
  • l’industria cinematografica nigeriana crea lavoro e produce film molto prossimi alle esigenze, alle problematiche e alla cultura locale, cosa che le pellicole straniere che arrivano in Nigeria non riescono a fare;
  •  i film hanno una forte valenza pedagogica: per i produttori è importante che ogni prodoto, a prescindere dal genere e dalla storia, abbia un messaggio positivo da proporre;
  • dalle parole dei produttori sembra emergere un forte senso di rivincita nei confronti delle produzioni straniere (americane in particolare): un elemento importante per Nollywood è la possibilità di appropriarsi di generi e forme di intrattenimento straniere e personalizzare secondo le aspettative locali. Il cinema, ancora una volta, diventa uno strumento di costruizione identitaria.
Altro aspetto di rilievo è il legame dei film di Nollywood con la religione, la stregoneria e il voodoo. Come racconta il documentario Nollywood Babylon, il rapporto con i temi della magia e della religione non è solo di ordine contenutistico: piuttosto sembra crearsi una sorta di franchise tra film e santoni locali i quali mettono in piedi economie non proprio cristalline in cui i film giocano una parte importante nell’opera di indottrinamento.

Pirati a Nollywood

Nollywood HillsI prodotti audiovisivi nigeriani nascono con una forte vocazione locale senza aspirazioni internazionali; tuttavia, con il tempo e grazie alla pirteria che ha saputo colmare le lacune distributive di un’industria in forte crescita, ma ancora in via di definizione, i film del Niger hanno ottenuto un certo seguito anche nei paesi africani limitrofi e all’estero, soprattutto in America e in Gran Bretagna, dove gli elevati tassi di immigrazione hanno fatto crescere il bisogno di prodotti Nigeriani.

La pirateria ha giocato un ruolo chiave nel conferire ai film di Nollywood un ruolo dominante sull’interno mercato africano, tanto che altre cinematografie locali a stentano riescono a contrastare la forza dei film nigeriani. La pirateria ha raggiunto livelli rampanti mostrando le falle di un’industria ancora molto acerba e allo sbaraglio: si calcola l’esistenza di 40.000 video club che acquistano un DVD e poi lo noleggiano senza pagare i diritti di sfruttamento ai legittimi proprietari. Non solo, molte emittenti televisive africano fanno lo stesso: acquistano un DVD e poi lo trasmettono senza alcun pudore.
There is no formal distribution network for Nollywood producers. A finished movie in Lagos is burned onto around 15,000 DVDs with no copy protection and released into the market. If it’s a hit, demand swells. Vendors need more copies. But the producers often can’t keep up. So the movie is copied by pirates and thrown back into the market. The producer can only hope he made back his investment in time.

Nollywood and beyond

Ma c’è già chi si sta muovendo per minimizzare gli effetti della pirateria implementando modelli di business capaci di fare i conti con le lacune di un sistema difficile da sanare nel breve periodo.
Alcuni film maker si stanno muovendo nel tentativo di costruire e riconquistare i circuiti cinematografiche, mentre altri produttori lavorano su luoghi di visione alternativi che permettono di abbassare il prezzo dei biglietti.
Nel frattempo Internet sta diventando un’alternativa valida e reale anche per la Nigeria: Jason Njoku manager di  Nollywood Love, azienda con sede a Lagos che si propone di portare il cinema nigeriano alle audience globali, ha attivato un piattaforma di distribuzione on line che ha iniziato a fare soldi già a due mesi dell’attivazione del servizio grazie alla vendita di inserzioni pubblicitarie. Il 90% del traffico di Nollywood Love proviene da Paesi esteri (Europa, Medio Oriente, Nord America e Caraibi) dove la banda larga ha una penetrazione significativa. Ma Njoku non si scoraggia:
Africa is the final frontier for global businesses and young entrepreneurs […] Nigeria is like China in the 1990s or like India in the early 2000s
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We all love (free) e-books

8 Nov

Lo scorso ottobre,  ReadWriteWeb dedicava un articolo alla vertiginosa crescita della pirateria relativa agli ebook. Il post richiamava i risultati di uno studio condotto da Attributor – compagnia che fornisce servizi di monitoring e soluzioni anti-pirateria.  Un upgrade di una precedente ricerca del gennaio 2010 che stimava attorno ai $2.8 miliardi di dollari l’ammontare delle perdite fronteggiate dall’industria proprio a causa dei “pirati digitali”.

It’s all about numbers…

Tra i dati salienti (per un dettaglio sulla metodologia di raccolta e analisi, vi rimando direttamente allo studio):

  • 50% increase in online searches for pirated downloads throughout the past year
  • 1.5-3 million daily Google queries for pirated e-books
  • 20% increase in demand for pirated downloads since the iPad became widely available in mid-May 2010
  • 54% increase in pirated e-book demand since August 2009
  • Proliferation of smaller sites that host and supply pirated e-books – a shift from larger sites like Rapidshare dominating the syndication market
  • “Breaking Dawn” by Stephanie Meyer registered the most pirated copy searches throughout the study
  • Widespread international demand, with the largest number of searches during the study originating in:
  • United States: 11%
  • India: 11%
  • Mexico: 5%

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Il grande, il medio e l’indie

3 Ott

Qualche post fa, si parlava degli effetti della pirateria sulle scelte delle industrie culturali. Secondo l’Economist  le major dell’intrattenimento musicale e cinematografico tendono ad abbandonare le produzioni locali dei Paesi con alto tasso di pirateria, preferendo investire su prodotti a vocazione globale. La pirateria sembrerebbe innescare quel meccanismo di livellamento delle produzioni verso le big budget productions.

Quindi, in ambito cinematografico, che fine fanno i film a budget ridotto?  Continua a leggere

E’ la distribuzione, baby!

26 Set

Il box-office è solo l’inizio. L’inizio di una catena di mercati di sfruttamento dove piccoli investimenti permettono di aumentare gli introiti derivanti dalla vendita di un film.

L’home video è diventato il principale canale di introiti per gli studios superando di gran lunga il rendimento della sala: il mercato theatrical costituiva, nel 1948, il 100% dei ricavi totali di uno studio; la sua resa si dimezza 1980 attestandosi al 55% dei ricavi totali per poi raggiungere la soglia del 18% nel 2003.

Ogni film è un prodotto a consumo ripetuto cioè una tipologia particolare di contenuto che può essere fruita più volte, soprattutto se in contesti fruitivi dissimili e a costi d’acquisto differenziati. Continua a leggere