Archivio | gennaio, 2012

SOPA tra pirateria e mercato: Wikipedia chiude per 24h

18 Gen

Da qualche tempo ha preso vita un forte dibattito sull’ultimo provvedimento che le industrie culturali hanno battezzato con l’acronimo SOPA (Stop Online Piracy Act) e che a più voci è stato indicato come l’ennesima motivata minaccia alla nostra libertà, anzi la più grave, in grado persino di intaccare persino la libertà di espressione e innovazione sancita dalla Costituzione degli Stati Unit d’America.

Di questo dibattito, inutile dirlo, poco o niente si è appreso dai media “tradizionali”,  mentre Facebook, Twitter, blog e testate giornalistiche più o meno “nerdish” (passateci il termine) continuano a stare sul pezzo aggiornando la lista di quanti impegnati concretamente contro la misura. Per fare alcuni esempi, Wikipedia USA e Reddit si preparano a oscurare i rispettivi siti  (l’enciclopedia online ha già iniziato la protesta che durerà 24 ore; il secondo dovrebbe “chiudere” tra qualche ora per 12 ore – qui una lista in progress di quanti stanno aderendo alla protesta), mentre Google.com ha messo online una pagina contro la censura della Rete.

Tra le posizioni più interessanti, spicca a mio avviso quella di Tim O’Reilly cui vi rimando (articolo in inglese). Per sintetizzare:

  1. la pirateria è diretta espressione di un fallimento del mercato incapace di rispondere alla domanda dei consumatori e non dell’azione di attori in malafede che vogliono appropriarsi in maniera non autorizzata di materiale coperto da copyright;
  2. la soluzione di un problema di mercato sta nel mercato e non in un atto governativo. La risposta dovrebbe prevedere misure come sviluppo di prodotti, business model innovativi e adeguate politiche di prezzo. Il tutto supportate da leggi a sostegno e reale difesa della proprietà intellettuale e non dirette al consolidamento delle posizioni dominanti.

Insomma, nulla di nuovo sotto il sole. Storia trita e ritrita, direte. Eppure siamo ancora qui a parlarne.

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Piracy Digest: tutto quello che dovreste sapere sulla pirateria

13 Gen

Video Stars. È partita la caccia alla star da piazzare sul web: Tom Hanks ha stretto un accordo con Yahoo! per la serie animata Electric City, e anche AOL, Netflix e Hulu pare siano interessate a investire in una serie di aziende esterne specializzate nella produzione di contenuti video per il web alle quali affidare il posizionamento delle star, e utilizzarle per canalizzare l’attenzione di audience sempre più frammentate su una molteplicità di piattaforme.

La verità, vi prego, sulla pirateria. Ancora dati e ancora contestazione dei dati: quando si parla di pirateria, ogni tentativo di rilevarne ampiezza e effetti sull’economia risulta vano a causa della mancanza di dati omogenei e della condivisione dei criteri di raccolta e utilizzo delle informazioni. Su Freakonomics un riassunto velocissimo della questione con dati aggiornati. Ma falsi.

Box-office. Roger Ebert ci spiega quali, secondo lui, sono i motivi del calo dei biglietti staccati nel 2011 nei cinema americani: la notizia è che, una volta tanto, non si incolpa la pirateria, ma un mercato in crisi che non riesce a cambiare se stesso.

Tra il sacro e il profano. C’è ancora qualcuno che non lo sa? La Svezia ha riconosciuto la pirateria come religione: nel caso intendiate convertirvi diventerete kopimisti, dovrete copiare e condividere file a più non posso e leggere le sacre scritture del Kopimismo.

Veni, Vidi, VODO

10 Gen

In principio fu Steal this film e il suo seguito Steal this film part  II, una serie di tre documentari (il terzo ancora non pervenuto) su copyright e pirateria. Da quel progetto, Jamie King, produttore e regista dei due film, ha imparato una paio di cose: per esempio, che abbandonare gli intermediari e distribuire direttamente via web può funzionare, che il sistema delle donazioni volontarie non sempre va come dovrebbe andare, ma ha ancora ampi margini di miglioramento; ma soprattutto bisogna ricordarsi che se un film è presente online non significa che tutti lo guarderanno.

Sulla scorta di queste piccole lezioni, nel 2008, il nostro eroe si mette a lavorare a VODO una piattaforma di distribuzione via BitTorrent – prodotta da Channel 4 British Documentary Film Foundation,  Arts Council UK e da Emerald Fund – che si avvale del supporto di uTorrent, Limewire e The Pirate Bay. Serve altro? Sì.

Cosa fa VODO

L’obiettivo di VODO è quello di fornire ai creatori di contenuti una piattaforma per la distribuzione free-to-share capace di scoperchiare  le potenzialità dei canali P2P e raggiungere così  un pubblico potenziale di 65 milioni di persone. Ogni mese la piattaforma distribuisce un film in download gratuito e free-to-share attraverso accordi con altri partner: dal lancio di VODO l’audience mensile media di un film è cresciuta da 150.000  a 850.000 utenti.

VODO inoltre offre:

  1. una DISCO (distribution coalition) vale a dire un accordo distributivo con un pacchetto di network P2P e altri web distributor capaci di rivolgersi ogni giorno a una bacino d’utenza potenziale talmente vasta da permettere un buon lancio e l’innesco di  meccanismi di promozione virale;
  2. sistemi di promozione dal basso, integrati nella piattaforma, al fine di generare passaparola sui principali social network;
  3. la possibilità di creare uno VODO Studio ovvero una spazio virtuale con il quale gestire e far crescer una community di utenti interessati a progetti in fase di sviluppo e coinvolgerli nelle dinamiche creative;
  4. distribuire i contenuti in diversi formati e raccogliere delle donazioni.

Sharing is caring

Il principio alla base di VODO è che la condivisione di file può diventare una forma di cura e tutela di ciò che si apprezza di più. Infatti, la piattaforma cerca di implementare funzionalità di condivisione sociale e innescare dinamiche di passaparola. Gli utenti possono infatti scaricare contenuti, promuoverli ed eventualmente fare una donazione monetaria a supporto del progetto.

Per incentivare i processi di condivisione, VODO ha creato una moneta virtuale, i DO (pronuncia alla Homer Simpson:  “Doh!”):  il progetto prevede che in futuro i DO possano essere utilizzati  per qualsiasi tipo di acquisto; al momento sono uno strumento di compensazione per il lavoro degli influencer  più attivi.

Funziona davvero

Alcuni dati su VODO:

  • 13.657.669 film scaricati;
  • 118.711 utenti attivi;
  • 11.850,07 terabyte condivisi.

La piattaforma ha già dimostrato di funzionare nonostante il sistema del volontary donations (Vo Do) non sia tra i più affidabili:  Pioneer One, una serie di 6 episodi, ha raccolto più di  88.000 dollari ;  The Yes Men Fix The World, invece, ha guadagnato 25.000 dollari in un mese dalla prima P2P release.

VODO riconosce ai produttori di contenuti:

  • il 75% delle sponsorizzazioni dirette;
  • il 50% della Studio Membership;
  • il 50% di tutte le vendite di prodotti fisici venduti attraverso la piattaforma.

VODO non applica licenze esclusive, quindi il prodotto potrà continuare ad essere distribuito anche su altri canali i quali potranno avvantaggiarsi del rumore creato online.

Funzionerà anche per altri progetti? Difficile a dirsi, di certo sappiamo che la P2P release è uno strumento di distribuzione  e promozione dal potenziale ancora largamente inesplorato. La capacità di tagliare fuori gli intermediari, unita alla volontà di  legittimare e valorizzare pratiche largamente condivise, ma criminalizzate, permette a VODO di giocare sulla leva del coinvolgimento tra produttori di contenuti e pubblici: VODO ha le carte in regola per diventare il nuovo Netflix o il nuovo Kickstarter per le produzioni indie.

Piracy Digest: notizie per il 2012

2 Gen

Boycott GoDaddy.  Il 22 dicembre, il più grande servizio di web hosting americano, si è schierato a favore di SOPA (Stop Online Piracy Act): il risultato è stato una campagna di boicottaggio che ha spinto milioni di clienti di GoDaddy a trasferire i loro siti su spazi web offerti da altri competitor. Wikipedia, Cheezburger e Imgur hanno già manifestato l’intenzione di levare le tende insieme a altri 16,191 domini. GoDaddy ha chiesto scusa e ha ritrattato le sue posizioni e ora ufficialmente si oppone a SOPA.

Ita. TorrentFreak ha raccolto qualche dato, condiviso da KickassTorrent, sulle parole e le frasi più utilizzate nelle ricerche su BitTorrent durante il 2011. Ita, Franch e 2011 sono i primi tre termini più utilizzati. Al quarto posto Ita DVD e al settimo Italian. Si sprecano le letture: gli utenti non cercano contenuti specifici, ma tipologie di contenuti (in italiano, in francese e recenti); gli italiani sono un popolo di scaricatori, ma aggiungerei anche che, con tutta probabilità, i pirati italiani non parlano l’inglese.

The Beginnig of the End. Business Insider pubblica la lista delle 11 industrie che nel 2011 si sono confrontate con modelli di business innovativi e con i quali dovranno fare i conti se vorranno tener botta nel 2012. Gli esempi più interessanti e legati alle questioni pirata: l’industria musicale  e il passaggio a formule ad abbonamento sul modello di Spotify; l’industria videoludica  con sistemi di streaming come Steam; nuovi servizi di pagamento via mobile come Dwolla e Square; la fine del mercato delle pen USB soppiantato da servizi come DropBox e simili; e per finire, la crescita costante delle piattaforme di crowdfunding. Chi vivrà vedrà…