La fine di Game of Thrones

8 Giu
Questa sera, anche in Italia, arriva ufficialmente l’ultima puntata di Game of Thrones, ma in molti l’hanno già vista altrove. Sapete perché?

Winter si Coming

La seconda stagione di Game of Thrones è finita. Alla grande. Niente paura: nessuno spoiling. Ho dormito troppi episodi per potervi svelare dettagli significativi sulla trama. Posso dirvi, però, che Thrones è stato un successo col botto.

Le cose sono andate bene anche in Italia, dove Trono di spade è stato programmato su Sky Cinema 1 a una decina di giorni di distanza dalla messa in onda americana.

Il dato più intrigante, però, è  quello che riguarda il download illegale della serie. TorrentFreak ha raccolto un po’ di dati dai quali risulta che Game of  Thrones è una delle serie più scaricate della stagione.

Chi scarica Game of  Thrones?

Chi scarica Game of Thrones? - Dati TorrentFreak

Chi scarica Game of Thrones? – Dati TorrentFreak

I dati di TorrentFreak raccontano alcuni fatti interessanti:

  • la serie è stata scaricata oltre 3 milioni di volte per episodio superando i download della prima stagione
  • i download giornalieri in tutto il mondo sono equiparabili ai potenziali spettatori stimati da HBO in America
  • Il dowanload in Australia raggiunge il 10.1% del totale (dato basato su un episodio).

Gli australiani, che hanno potuto vedere la serie a una settimana di distanza rispetto alla programmazione statunitense, hanno subito attaccato il torrent per mitigare l’attesa. E come dare loro torto. Tuttavia i tipi di AFACT (Australian Federation Against Copyright Theft) sostengono fermamente che l’impazienza dei fan di Thrones è “unreasonable”.

Anche in questo caso vale il nostro fortunato adagio: subito è meglio di gratis. Tuttavia per Game of Thrones, il ritardo di programmazione all’estero non sembra essere l’unico aspetto discutibile nelle strategie distributive della serie.

Alcuni buoni motivi per scaricare Game of Thrones

Il problema dello scaricamento della serie non è nuovo: già la prima stagione di Thrones non aveva giocato bene la carta della distribuzione, e la stessa storia si ripete anche con la seconda stagione.

The Oat Meal - Game of Thrones

I Tried to Watch Game of Thrones and This is What Happened

In soldoni: Game of Thrones era disponibile solo per i sottoscrittori di un abbonamento cable. Considerato che  HBO GO non funziona come servizio stand alone, ma deve essere legato a una sottoscrizione cable, di fatto il boradcast ha tagliato fuori dal suo potenziale bacino di utenza una fetta significativa di audience che avrebbe pagato solo per il servizio di streaming e per mobile.

Se si considera poi la tendenza verso il cord-cutting che si sta registrando ultimamente, la scelta di un distribuzione così ristretta potrebbe rivelarsi inefficace sul lungo periodo. Insomma, se la sono cercata alla HBO?

To a certain degree one could claim that HBO is to blame for Game of Throne’s success on BitTorrent. They want to keep access to the show “exclusive” and even Netflix wasn’t able to buy the rights no matter what they offered.

La scelta dell’esclusività è comprensibile e allo stesso tempo discutibile (come strategia aziendale): se è vero che appartenere a un network significa aver finanziamenti sicuri, e comporta l’allineamento alle scelte della gerarchia aziendale, è verificato il fato che negli ultimi anni un paio di cose (tablet, NetFlix…) sono cambiate.

Il futuro di Game of Thrones

Su Fastcompany, Roberto Levine, arrivando a paventare la fine della quality television, sostiene:

No one likes paying for cable. But the rise of the pay-TV business model led to the revolution in quality we’re currently enjoying from HBO shows like Thrones, as well as basic-cable programs like Mad Men and Breaking Bad. Years ago, when channels only received revenue from advertising, they made shows to reach as many people as possible, whether viewers loved them or just tuned in because they happened to be on. Cable changed those incentives, rewarding the creation of shows viewers felt strongly enough to pay for (indirectly in the case of channels like FX and AMC).

L’autore di Free Ride rimprovera il fatto che se si desiderano contenuti di qualità come Game of Thrones bisogna pagare (sacrosanto) altrimenti il rischio è quello di cedere il passo alla distribuzione simultanea di contenuti meno costosi. Non è chiaro perché non si possa tentare  una produzione di qualità capace di ripensare in modo serio il problema delle finestre distributive al fine di monetizzare attraverso l’ascolto delle esigenze degli utenti.

Anche Jimmy Wales pagherebbe per vedere Game of Thrones

Anche Jimmy Wales pagherebbe per vedere Game of Thrones

Per Levine la soluzione è semplice: i fan che non possono permettersi un abbonamento cable devono pazientare un anno finché iTunes metterà in vendida la serie. Se Game of Thrones venisse distribuito contemporaneamente anche su iTunes si assisterebbe a un incremento dei cord cutter che troverebbero sicuramente più vantaggiosa l’offerta di Apple. Vero? Non saprei. Un affermazione di questo tipo è difficile da dimostrare poiché le specificità d’uso di piattaforme e contenuti e le dinamiche di fandom sono ben più complesse di una scelta di consumo culturale votata all’acquisto razionale.

Inoltre, in un anno cambiano tante cose e di sicuro sfuma l’hype del momento che potrebbe essere trasformato in un valido strumento per veicolare i pubblici su mercati meno piratabiliGame of Thrones vanta un franchise piuttosto ricco il cui target principale non è lo spettatore occasionale o disposto a una visione differita, ma i fan con esigenze “unreasonable” e con una predisposizione alla spesa più spiccata. A Lannister always pays his debts.

Le ragioni di HBO

Le cose tuttavia, sono un po’ più complesse. Derek Thompson riassume perfettamente i motivi per cui  HBO ha scelto di non scorporare il servizio HBO GO dall’abbonamento cable.

  1. il prezzo che gli eventuali utenti del servizio on the go sarebbero disposti a pagare sarebbe troppo basso;
  2. un servizio stand alone incoraggerebbe i cord-cutter e andrebbe a ledere gli interessi e la volontà dell’azienda madre: Time Warner;
  3. al momento, lo zoccolo duro di pubblico potenziale per HBO è ancora davanti ai televisori e non su PC, tablet e mobile.

Tutto ciò però penalizza i cosiddetti early adopter che sono anche platform e screen agnostic, e spesso sono anche irragionevoli, ma possiedono la capacità di indicare quello che sarà il futuro di un mercato e, anche se vivono a un oceano di distanza dall’America, sanno perfettamente quando uscirà la terza stagione di Game of Thrones. Winter is coming.

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Effetto HADOPI

4 Giu

È di qualche settimana fa la notizia del presunto successo di HADOPI (Haute Autorité pour la diffusion des oeuvres et la protection des droits sur l’Internet),  l’autorità francese che si fa carico dell’applicazione dell’omonima legge contro la pirateria.

Il provvedimento, entrato in vigore nel 2010, prevede tre segnalazioni al titolare del contratto di abbonamento a Internet dal quale risulta un traffico da siti P2P illegali. L’ultimo stadio di applicazione della legge anti-pirateria prevede  una chiacchierata con un giudice che potrà decidere per una disconnessione forzata della connessione a banda larga incriminata.

 Funziona HADOPI?

Secondo i dati resi noti dallo SNEP (Syndicat National de l’Edition Phonographique) HADOPI funziona.

  • tra ottobre 2010 e dicembre 2011 sono stati aperti complessivamente 755.015 dossier
  • nel 95% dei casi i primi avvisi funzionano come deterrente
  • nel 92%  dei casi HADOPI si ferma al secondo passaggio
  • all’arrivo della terza notifica, solo nel 2% dei casi si arriva ai provvedimenti previsti dalla legge
Funziona quindi il terrorismo psicologico, poiché in generale sono gli stessi utenti che ricevono una segnalazione a contattare HADOPI con l’intenzione di sanare la loro posizione.
Il successo di HADOPI è confermato da una diminuzione del traffico P2P in Francia:
  • 17% in meno di utenti su siti che raccolgono link a circuiti P2P
  • 29% in meno di utenti nei circuiti µTorrent, BitTorrent, eMule, LimeWire
  • dati confermati da una generale diminuzione del file sharing illegale del 43%

HADOPI funziona. Davvero?

Se l’obbiettivo delle leggi anti-pirateria è quello di ridurre il download illegale e favorire il passaggio a canali di distribuzione a pagamento, il corollario inequivocabile dovrebbe essere che a un calo significativo dei consumi pirata corrisponde un aumento dei consumi legali e a pagamento. TorrentFreak segnala, per il caso francese, un andamento opposto:

If we look at the French music industry we see that overall revenues were down by 3.9 percent in 2011.

Likewise, the French movie industry is still going through a rough period with revenues dropping 2.7 percent in 2011. Ironically, an industry insider even blamed online piracy for this drop.

Lo stesso tipo di decrescita è individuato nel report della SNEP (pdf) relativo all’andamento del mercato musicale nel primo trimestre del 2012: la perdita registrata è del 5% che equivalerebbe a 5 milioni di euro per il solo mese di marzo.

SNEP

SNEP – andamento del mercato musicale frances primo trimestre 2012

Tuttavia è difficile e pretestuoso stabilire una relazione diretta tra calo della pirateria e diminuzione/aumento degli introiti. Il dato relativo all’industria francese deve essere messo in sistema con un cambio sostanziale del mercato. La diminuzione delle vendite di supporti fisici (più redditizi) e il passaggio progressivo a un mercato incentrato sul download (meno redditizio rispetto a quello di CD e DVD) spiegherebbe parte del fenomeno.

Anche Le Figaro ha fatto le pulci a HADOPI mettendo in discussione la metodologia con cui sono stati raccolti dati. Aggregando i dati come è stato fatto per il P2P, i tipi di Le Figaro riscontrano un interesse reale dei francesi per lo streaming illegale e per il download diretto: +12% nel 2011 sulla stessa base di siti.

Cette tendance est encore plus marquée si l’on ajoute cinq autres sites majeurs d’hébergement de fichiers écartés de l’étude (FileSonic, FileServe, VideoBB, PureVID, MixtureVideo) et si l’on remonte un peu plus loin dans le temps. Ainsi depuis octobre 2010, c’est-à-dire depuis l’envoi des premiers mails d’avertissement de l’Hadopi, le streaming et téléchargement direct est passé de 6,5 à 8,3 millions de visiteurs uniques dédupliqués en France, selon Médiamétrie, soit une hausse de 29%.

Nella diatriba ci si infila anche Le Monde criticando la presunta correlazione tra crescita dei mercati legali e successo di HADOPI. Le Monde mette in evidenza come il mercato del download legale sia strettamente legato all’andamento di iTunes il quale registra importanti picchi di vendita in corrispondenza dell’uscita di un nuovo modello di iPhone sul mercato francese.

Le Monde - Relazione vendite su iTunes e uscita nuovi modelli iPhone

Le Monde – Relazione vendite su iTunes e uscita nuovi modelli iPhone

Sebbene la crescita del mercato legale sia inequivocabile, l’analisi di Le Monde depotenzia la presunta efficacia di HADOPI nello stimolo di consumi legali.

Rincara la dose Le Figaro contestando le scale logaritmiche utilizzate per rappresentare graficamente l’andamento dei mercati legali in Francia. La scala lineare utilizzata da Le Figaro evidenzia in modo più netto gli andamenti del mercato da un anno all’altro e il divario tra i grandi distributori e quelli minori la cui crescita sembrerebbe davvero irrisoria.

Andamento delle piattaforme legali secondo HADOPI

Andamento delle piattaforme legali secondo HADOPI

Offerte legali in Francia

Andamento delle piattaforme legali in Francia secondo Le Figaro

Anche l’analisi di Le Figaro metterebbe in discussione uno dei punti cardini del presunto successo di HADOPI: diminuisce la pirateria e aumentano i consumi legali a pagamento.

Il risultato finale è quello di un mercato della distribuzione digitale fortemente oligopolistico in cui è complesso identificare l’efficacia delle norme anti-pirateria. Anche se HADOPI ha dimostrato una certa efficacia, rimane da verificare la correlazione con la crescita dei mercati legali che dimostrano un andamento ancora incerto, sebbene in crescita costante. Anche in questo caso, non è lecito arrivare a conclusioni che addebitino alla pirateria un eventuale ruolo nodale nel rallentamento della crescita dei servizi di distribuzione legale. Altri aspetti devono essere considerati: tra tutti le variazioni di budget personale disponibile, le innovazioni tecnologiche e il contesto di fruizione.

Costi sociali di HADOPI

La valutazione dell’efficacia di una legge anti-pirateria – così invasiva e invadente come HADOPI – non può fare a meno di considerare i costi di tale intervento. Infatti, se da un lato HADOPI  riesce a contenere il fenomeno della pirateria, dall’altro non è chiaro quanto costi l’applicazione della legge. Secondo la voce HADOPI della versione francese di Wikipedia:

Les coûts d’application de la nouvelle loi, y compris après sa mise en conformité avec la constitution, sont estimés par le ministère de la Culture à 6,7 millions d’euros. Les fournisseurs d’accès sont en désaccord total avec ces estimations; d’après eux, les coûts atteindront plusieurs dizaines de millions d’euros (100 millions selon La Fédération française des télécoms). De plus, les internautes recevraient l’injonction d’installer sur leur ordinateur un logiciel de sécurisation payant et non interopérable.

Il futuro di HADOPI è incerto. Con l’uscita di scena di Sarkozy, il principale fautore della legge, e l’arrivo di Holland all’Eliseo si vocifera già di un possibile pensionamento della tanto contestata legge sulla pirateria.

Nel suo programma elettorale, Hollande aveva promesso, in caso di vittoria, una rivalutazione di HADOPI; tuttavia Hollanda dovrà dare un colpo al cerchio e uno alla botte, poiché inimicarsi le lobby delle industrie culturali potrebbe risultare una una mossa azzardata.

Sulla materia, Hollande aprirà una  consultazione che durerà sei mesi, il tempo necessario per ascoltare tutti gli attori della filiera compresi i consumatori, al termine della quale si deciderà il futuro di HADOPI.

Tuttavia sembra che l’orientamento di Hollande sia quello di intervenire con un legge sull’exception culturelle al fine di valorizzare la produzione culturale e distinguerla da quella di altri prodotti commerciali, e favorire la produzione nazionale con lo scopo di mitigare l’espansione dei prodotti esteri. A questo si aggiungerebbe un intervento sulla falsa riga del culture flat rate, che favorirebbe la depenalizzazione del download illegale a fronte di una tassazione sulle connessioni internet.

Staremo a vedere. Le scelte francesi in materia di diritto d’autore e pirateria avranno un impatto sicuro sulle politiche comunitarie e di conseguenza, anche dalle nostre parti, si faranno sentire le ricadute delle scelte di Holland.

In Loving Memory of library.nu

15 Mar

Would you steel a book - ebook piracy

Il 15 febbraio 2012 un manipolo di editori ha ottenuto da un tribunale di Monaco un’ingiunzione di chiusura per library.nu, uno dei più noti servizi di download illegale di ebook. Insieme al sito sono spariti più di 400.000 titoli e il cyberlocker iFile.it, ma sono rimasti i numerosi problemi dell’industria editoriale incapace di confrontarsi con la pirateria.

Libray.nu è un sito era un sito che raccoglieva link dai quali poter scaricare ebook gratuitamente e, nella maggior parte dei casi, piratati. Library.nu non forniva link a pagamento e non inseriva banner pubblicitari come invece faceva il cyperlocker iFile.it che, secondo i dati riportati nell’ingiunzione, guadagnava più di 10.000 dollari – dati smentiti dai proprietari del sito. Entrambi i siti hanno deciso di oscurare i loro servizi a seguito dell’ingiunzione.

Per gli editori coinvolti nella questione, la chiusura di library.nu è stata sbandierata come una grande conquista nella lotta alla pirateria e un passo fondamentale per l’ottenimento dei giusti compensi derivanti dallo sfruttamento della proprietà intellettuale.Tuttavia – cosa ve lo dico a fare –  continuano a spuntare come funghi siti in grado di fornire servizi simili a quelli dei due siti chiusi.

library.nu Unique Visitors

Library.nu - Visitatori unici http://siteanalytics.compete.com/library.nu/

Alcuni motivi per piangere la morte di library.nu

Library.nu ci mancherà. Parecchio. Ci mancherà perché il patrimonio che custodiva, curava e rendeva disponibile attraverso la community che animava la piattaforma, era inestimabile. Quel patrimonio spesso era irraggiungibile in gran parte del mondo perché composto da materiali non distribuiti a livello globale, fuori catalogo o semplicemente troppo costosi. Library.nu era diventato il punto di riferimento per la comunità scientifica e per gli studenti: uno strumento di ricerca inestimabile.

Christopher Kelty sulle pagine di Aljazeera analizza la composizione degli utenti di library.nu:

They live all over the world, but especially in Latin and South America, in China, in Eastern Europe, in Africa and in India. It’s hard to get accurate numbers, but any perusal of the tweets mentioning library.nu or the comments on blog posts about it reveal that the main users of the site are the global middle class. They are not the truly poor, they are not slum-denizens or rural poor – but nonetheless they do not have much money. They are the real 99 per cent (as compared to the Euro-American 1 per cent).

They are a global market engaged in what we in the elite institutions of the world are otherwise telling them to do all the time: educate yourself; become scholars and thinkers; read and think for yourselves; bring civilisation, development and modernity to your people.

Alcune risposte degli orfani di libray.nu trovate in giro tra blog e forum chiariscono ancora l’importanza del servizio:

Mpower

Library.nu also had a TON of texts that you simply can’t get legitimately, sadly. As a Middle East historian, I was able to access a lot of information taken by Germans and English of the area from their surveys after WWI. These texts are only either available digitally through sites like library.nu or by going to Berlin or Westminster and looking through records myself.

Alan Toner dalle pagine del suo blog kNOw Future Inc. ricorda che library.nu veniva alimentato in modo significativo anche dagli stessi autori dei libri che non vivono di certo grazie ai compensi editoriali, ma da fonti di reddito collaterali all’attività di scrittori e saggisti. E poi aggiunge:

Outside of formal education, the millions of online autodidacts may be denied access to material, seriously impinging on their lives and possibilities. When one considers the cost of text books and more especially scholarly articles, that is no hyperbole, and applies not only to the global south but the post-industrial north as well, awash in its dreams of knowledge economies and human capital.

Insomma, la lotta alla pirateria editoriale ha delle ripercussioni significative di ordine, culturale, sociale ed economico. Tuttavia, sembra non sia ancora accettabile chiedere ai grandi editori di agire anche in nome di una maggiore sostenibilità della cultura e dell’educazione applicando prezzi più contenuti e facilitando l’accesso agli strumenti e alle fonti per la ricerca e la formazione.

Una nuova library.nu

Dalla fine di library.nu nasceranno nuove library.nu. Cosa possono fare gli editori per evitare che la pirateria abbia la meglio? Provo ad elencare alcuni spunti per una riflessione più accurata sul rapporto tra editoria e pirateria:

  1. abbassare i prezzi: è un po’ il nostro mantra. Dai post di Digital Piracy in più occasioni abbiamo segnalato la necessità di abbassare i prezzi di accesso ai contenuti al fine di arginare il download illegale. Gli editori sostengono che prezzi simili a quelli di iTunes per il prodotto musicale non siano applicabili in campo editoriale poiché svaluterebbero la percezione del libro come prodotto culturale di alto rilievo. Dite sul serio o ci prendete per i fondelli? A me questa cosa non convince. Abbassate i prezzi, soprattutto degli ebook, sperimentate con i prezzi, con le formule ad abbonamento flat e poi riparliamone;
  2. unbundling dei contenuti: fate come iTunes e spacchettate il libro elettronico in capitoli, soprattutto se si tratta di saggistica. Spesso non ci interessa tutto il libro, ma solo una parte o il racconto di uno specifico autore contenuto in una raccolta. Il resto non lo voglio, grazie, e quindi non lo pago;
  3. contenuti extra: arricchite i libri digitali di contenuti extra e multimediali e trovate la specificità dell’ebook;
  4. versioni delux: non abbandonate le pubblicazioni cartacee, ma fate in modo che siano uniche;
  5. ampliare l’offerta: investire nell’editoria digitale significa anche rendere disponibile un catalogo vasto, meglio ancora se vastissimo;
  6. distribuzione globale: se un editore non riesce a gestire una distribuzione internazionale anche per la letteratura scientifica, bhé allora si faccia da parte, ci pensa la pirateria.
  7. ripensare il DRM: troppe restrizioni generano un’esperienza d’uso frustrante. Prima di inserire un DRM è bene valutarne tutti gli effetti.

Altri interventi possibili non riguardano solo gli editori, ma il nostro modo di relazionarci con i libri. Si può pensare a forme di sostegno all’editoria in cambio di un accesso illimitato ai contenuti: le sovvenzioni potrebbero arrivare dallo Stato o da istituti di ricerca, e gli editori garantirebbero la massima circolazione dei libri e quindi della ricerca, al fine di ottenere, sul lungo periodo, degli effetti positivi a livello sociale, culturale e industriale. Ma ho paura che non funzionerebbe…

Potremmo fare a meno degli editori?! Sì, sicuramente se li intendiamo come stampatori, come impacchettatori di volumi e di ebook. Siti come Lulu, Il mio libro, WeBook, Kindle direct-publishing fanno il lavoro sporco. Voi dovete solo mettere i contenuti. Avremo ancora bisogno di editori intesi come catalizzatori culturali, capaci di indicare una prospettiva di lettura della realtà attraverso una proposta editoriale? A questo non so rispondere. Sicuramente qualsiasi editore deve fare i conti anche con la pirateria se vorrà far emergere l’originalità e la validità della propria offerta editoriale.

Piratare per ricordare

7 Mar
Floppy disck

Floppy disk

“‘Cause we are living in a software world and I’m a software girl” direbbe Lev Manovich che, nel suo libro tradotto in Italia con il titolo Software Culture, spiega come nelle società contemporanee il software ricopra un ruolo: il software plasma il nostro modo di lavorare, di condividere e visualizzare documenti di qualsiasi natura, ci guida nelle scelte di acquisto e consumo, e in sostanza forgia la nostra cultura. Per questo i software studies non si devono limitare allo studio del codice, ma devono concentrarsi anche sulle modalità con cui i software organizzano l’interazione uomo macchina e influenzano le nostre azioni.

Tuttavia, studiare il software e i prodotti digitali basati su performance informatiche (videogame, app, programmi…) significa confrontarsi con un notevole numero di problemi.

Per una storia del software e dei videogame

Raccogliere e analizzare software e videogame di una ventina di anni fa diventa sempre più complesso perché quei prodotti che ci sembravano all’avanguardia ora stanno scomparendo proprio a causa della loro natura fugace.

I floppy disc sono ormai spariti dalla circolazione da diversi anni e, se anche ne trovaste un paio in soffitta, sarebbe impossibile accedere a quei contenuti poiché non esistono più macchine in grado di leggere quei supporti: la stessa sorte è toccata alle cassette e presto succederà lo stesso a CD e DVD.

Il software e i contenuti stoccati su supporti digitali decadono. Se un’informazione è digitale non significa che sia per sempre, infatti:

  • i supporti deperiscono;
  • le macchine invecchiano e vengono sostituite con modelli più avanzati e il resto finisce nel dimenticatoio;
  • copiare un software o un videogame è vietato e illegale, e ciò ha delle implicazioni sulla conservazione;
  • la vita media di un software è breve e generalmente la durate è stabilita a tavolino per risponde a regole di ordine economico.

Tutto ciò fa sì che gran parte del software che usavamo qualche tempo fa ora non esista più, oppure esista in una forma talmente differente da non avere più nulla a che fare con quello che era un tempo.

Digital preservation

Le problematiche legate alla preservazione digitale sono infinite e uno storico che volesse studiare l’evoluzione di un software o di un videogame, analizzandone l’impatto sulla cultura contemporanea, si troverebbe difronte a numerosi problemi tra cui:

  • la ricostruzione dell’oggetto originale e dell’esperienza d’suo originale;
  • l’accesso all’oggetto originale e alle versioni successive.

Non sono problemi da poco poiché in mezzo ci si mettono i DRM e i walled garden: i primi limitano l’accesso e impediscono di copiare il codice, i secondi possono decidere in qualsiasi momento di revocare l’uso di un contenuto o cancellarlo definitivamente. Il DRM è una congiura per il lavoro di un umanista – e non solo per lui…

Gli archivi e la pirateria

Una delle principali soluzioni è rappresentata dagli archivi e dalle biblioteche. Tuttavia anche questi non se la passano bene, costretti a mantener fede alle restrizioni del Digital Millenium Copyright Act che impone un periodo di 95 anni prima che il software possa rientrare nel pubblico dominio. Durante tutti questi anni il software sparisce e con lui scompare un pezzetto della nostra storia e della nostra cultura. 

Inoltre, le biblioteche e gli archivi, prima o poi, dovranno fare i conti con il decadimento dei loro supporti e delle loro macchine e trovare un modo per preservare quel patrimonio. Gli archivi inoltre fare i conti con l’obsolescenza dei device e il loro progressivo abbandono in favore di nuovi prodotti immessi sul mercato: conservare un software implica anche il ripristino di un’esperienza di fruizione che si basa su un legame inscindibile tra codice e interfaccia hardware.

Al momento, un grosso aiuto lo fornisce la pirateria che libera i codici dai supporti e rende i software disponibili attraverso i circuiti P2P o tramite gli emulatori (non senza problemi di ricostruzione dell’originale) restituendoci una serie di oggetti che altrimenti sarebbero andati persi.

This Is Not a Pipe

Thi is Not a Pipe

Benj Edwards, con il suo articolo Why history Need Software Piracy, spiega perché è importante salvaguardare – anche attraverso la pirateria – il software e i videogame:

Thanks to the work of preservationists that flout the law, future historians will be able to more fully consider Mario’s cultural impact and answer deeper, ancillary questions like “Why did people wear T-shirts with pixelated mushroom people on them?” and “What games, exactly, did Mario appear in and why?”

Come ti scarico gli Oscar

26 Feb

Dal 2003 Andy Baio raccoglie dati sulla distribuzione on-line dei film che hanno ricevuto una nomination all’Oscar. Lo scopo della sua ricerca pluriennale è quello di monitorare l’andamento dei leak dei film canditati all’Oscar in relazione alla distribuzione ufficiale.

Primo dato interessante: dopo diversi anni di inutili tentativi, la MPAA sembra essere riuscita nel tentativo di contenere le fughe degli screener sui circuiti P2P. Quest’anno solo 8 film su 33 sono finiti nei siti di file sharing prima della release ufficiale sui canali legali.

Screeners Leaked - Andy Baio

Screeners Leaked - Andy Baio

Sebbene si sia ridotto drasticamente il numero di film nominati all’Oscar che vengono piratati prima della release ufficiale, ancora è lontana l’idea di una distribuzione valida e capace di sfruttare le potenzialità dei un evento mediale come la notte degli Oscar.

Altro dato interessante: il tempo medio che intercorre dalla distribuzione theatrical al primo leak è diminuito in modo sensibile: da 137 giorni del 2003 si è passati ai 94 del 2012. Tuttavia, se si considera che il risultato è spalmato su un tempo di quasi dieci anni, il traguardo non sembra poi così entusiasmante .

Median Days from U.S. Realeas and Retail Leak -Andy Baio

Median Days from U.S. Realeas and Retail Leak -Andy Baio

Inoltre, i pirati sembrano impiegare sempre più tempo a piratare i contenuti. Questo dato è correlato alla diminuzione della popolarità delle versioni pirata a bassa qualità: le registrazioni dalla sala hanno sempre meno valore per chi scarica rispetto ai rip di DVD o Blu Ray (e come non essere d’accordo!).

Il resto della ricerca lo trovate su Waxy.

All’MPAA non resta che accorciare il più possibile i tempi di distribuzione dei film sui canali legali soprattutto se si trova a maneggiare titoli dal rendimento moderato al botteghino: questi ultimi generalmente funzionano meglio sui servizi di distribuzione legale e mostrano un appeal minore sui circuiti P2P, se paragonati ai blockbuster.

La questione dei leak dei film candidati agli Oscar mette in rilievo un problea più complesso e ancora inesplorato: rimane da capire se i movie leak possano funzionare come strumento promozionale. Considerato che la maggior parte dei leak è imputabile a un industry insider è stata più volte ventilata l’ipotesi che il leak possa funzionare come strumento di marketing virale, capace di creare rumore e portare persone al cinema, come è successo con Wolverine, Batman: The Dark Knight, e Harry Potter e i doni della morte – Parte 1.

Voi che ne dite?

La cultura è piatta

24 Feb

Quando si parla di pirateria e di possibili interventi per arginare il fenomeno, c’è sempre qualcuno che alza la mano e dice: “Mettiamo una piccola tassa sulla bolletta di tutti quelli che scaricano e diamo i soldi raccolti a chi detiene i diritti”. Quella tassa si chiama Culture Flat Rate e, da quando il download illegale è diventato un fenomeno di massa, si è discusso parecchio sulla validità di questo balzello.

Cos’è il Culture Flat Rate?

Il Culture Flate Rate è una tassa sulle connessioni a banda larga il cui ricavato è distribuito  tra gli artisti e tra ai possessori dei diritti di sfruttamento dei contenuti che sono distribuiti on line sui circuiti di file sharing. In cambio del pagamento della tassa, gli utenti otterranno il diritto di scaricare da tutti i servizi di P2P e file sharing ciò che vogliono.

Perché sì?

I principali vantaggi derivanti dal Culture Flat Rate sono:

  • la decriminalizzazione della pirateria digitale;
  • la remunerazione dei creatori di contenuti;
  • la possibilità di sollevare gli ISP da qualsiasi intervento sulle connessioni dei loro utenti;
  • l’accesso illimitato a tutte le tipologie di contenuti presenti in rete;
  • l’annullamento dei costi sociali derivanti dall’applicazione delle leggi su copyright e diritto d’autore.

Perché no?

Purtroppo la lista degli aspetti negativi è molto più lunga di quella dei vantaggi: infatti, l’eventuale applicazione del Culture Flat Rate implicherebbe una serie infinita di “effetti collaterali”. Eccone alcuni:

  • L’individuazione di criteri di ripartizione dalla tassa: qual è il principio base sul quale fondare la divisione del denaro raccolto? I passaggi radio e TV – che premierebbero solo le hit e non i prodotti di nicchia? Il numero di download – che premierebbe i contenuti più scaricati favorendo dinamiche di schieramenti e falsificazione dei download? Sebbene sia possibile quantificare numero e tipologie di file scaricati, tale procedimento comporterebbe una violazione significativa della privacy di tutti noi…
  • Cosa succederebbe con i contenuti di nicchia? Il Culture Flat Rate penalizzerebbe l’effetto coda lunga? Probabilmente sì. Il rischio implicito è quello di dare maggior rilevanza a prodotti di massa e portare a un livellamento della produzione di contenuti: il Culture Flat Rate non premierebbe la ricerca, l’eccellenza, la diversificazione e la pluralità;
  • Le barriere regionali continueranno a esistere? Probabilmente sì. La fine delle finestre distributive – assurde in un mercato globale – sarebbe il passo indispensabile per l’applicazione di una tassa per l’accesso ai contenuti, ma sarebbe anche la soluzione fondamentale per ridimensionare le pratiche di pirateria;
  • Chi pagherebbe? Una tassa su consumi presunti è iniqua poiché non è pensabile di tassare anche chi non utilizza sistemi P2P a meno che non si vada a scandagliare le abitudini d’uso della rete di miliardi di utenti;
  • Quali sarebbero le conseguenze economiche su servizi di distribuzione digitale come iTunes, Spotify, Netflix e altri ancora? Il Culture Flat Rate andrebbe a minare le fondamenta di quei modelli di business legati alla distribuzione digitale;
  • Per non parlare della burocrazia! Chi gestirebbe il tutto? Solo ora stiamo assistendo a una debole riforma della SIAE, l’introduzione di una tassa di questo tipo incrementerebbe in modo esponenziale le pratiche per la gestione dei diritti;
  • Infine, rimarrebbero irrisolti problemi legati al controllo sui contenuti e alle loro possibilità d’suo, sia lato produttori, sia lato utente finale: come verrebbero monitorate, contenute o incoraggiate forme di riutilizzo dei contenuti?
Insomma, la questione del Culture Flat Rate è tutt’altro che semplice. In questo post ho cercato di riassumere solo alcune delle questioni irrisolte che al momento ostacolano l’introduzione del Culture Flat Rate.
Per chi fosse interessato ad approfondire la questione segnalo alcuni link (esaustivi e chilometrici):

HBO, Game of Thrones e The Oatmeal: la pirateria spiegata in una striscia

23 Feb

Avrete sicuramente visto in rete la striscia pubblicata sul sito The Oatmeal e che prende di mira la fortunata serie di HBOGame of Thrones. In una manciata di disegni è condensata non solo la portata culturale di un’abitudine consolidata e radicata come il download, ma l’inconsistenza di un sistema distributivo reo di non riuscire a rispondere alle esigenze di consumo della propria audience.

Chi ci segue sa che non è questa una novità assoluta, tuttavia la possibilità di confrontarsi con un caso ben specifico – seppur nella sua chiave comica – permette di misurare il problema in tutta la sua concretezza in un mercato, come quello americano, in cui la potenza dei canali distributivi va ben oltre quella della distribuzione italiana.

USA. Cosa succede se siete disposti a pagare per vedere Game of Thrones?

  • Netflix: contenuto non disponibile
  • iTunes: $39 per il season pass…ma per accedere a delle featurette
  • Amazon: non disponibile
  • Hulu Plus: redirect a HBO
  • HBO: stagione disponibile solo sottoscrivendo l’intero abbonamento alla cable tv per sfruttare la fruizione OTT (ovvero streaming disponibile solo per chi è già utente “cavo”)

…volete sapere come va a finire?

Continuate a leggere e… scaricate responsabilmente.

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Everything is a Remix by Kirby Ferguson

20 Feb

Pochi giorni fa è uscito il quarto e conclusivo capitolo della web video series Everything is a Remix del videomaker Kirby Ferguson – parte di un progetto partito ormai un anno fa.

Raccogliamo qui di seguito i quattro filmati. Per quanti fossero interessati ad approfondire il progetto, vi rimandiamo al sito ufficiale. Sempre sullo stesso sito, vi segnaliamo la sezione References che raccoglie una serie di riferimenti bibliografici di grande interesse che sono stati usati a supporto del progetto.

Buona visione.

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Everything is a Remix Part 1 on Vimeo.

Remixing is a folk art but the techniques are the same ones used at any level of creation: copy, transform, and combine. You could even say that everything is a remix.

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Scaricare gratis è un furto?

10 Feb

Wired.it ha messo a confronto le opinioni di Matteo Bordone e Andrea Girolami sulla questione della pirateria. Scaricare contenuti da circuiti pirata è un furto? Sì? No? La risposta migliore è: chissenefrega. Nel senso che il problema non sta nel capire se siamo tutti da rinchiudere in gattabuia, piuttosto è più utile andare oltre gli schieramenti e valutare la pirateria e i suoi effetti all’interno di un sistema complesso e a dir poco sfuggente.

L’alibi della pirateria

La pirateria è un furto nel momento in cui la legge dice che lo è, ma scaricare file è qualcosa di radicalmente diverso dal rubare un oggetto fatto di atomi. Questo lo sanno anche all’MPAA, alla RIAA, lo sanno i federal, i tipi di IT Crowd e quelli dell’Univideo, anche se si ostinano a paragonare lo scaricamento al furto, stimando i presunti danni della pirateria  con il classico rapporto uno a uno. Un file scaricato non è un mancato atto di acquisto. I nostri hard disk sono pieni di file ottenuti illegalmente che non hanno mai goduto di un play. Gran parte della roba che viene scaricata, comunque, non sarebbe stata comprata. Utilizzare la pirateria per giustificare una presunta crisi di mercato significa ignorare i sintomi di un problema che sta altrove.

L’effetto Ryanair

Per un prodotto culturale è sempre preferibile la più ampia circolazione piuttosto che il dimenticatoio: la pirateria e in generale l’ampio accesso ai contenuti, stimolano il consumo di altri contenuti, anche per vie legali e a pagamento. Un po’ come è successo con la Ryanair: ci ha abituati a utilizzare l’aereo e ora lo utilizziamo di più, e siamo disposti a pagare di più per avere quel servizio. Le ricerche sulla pirateria dimostrano che il download illegale è in grado di aggregare e stimolare i consumi e creare effetti di network.

In soldoni, è molto difficile stabilire con certezza se la pirateria faccia bene o male alle industrie culturali. Di certo le ha obbligate a cambiare (non sempre in meglio).

Cosa offre BitTorrent oggi?

Quando si parla di pirateria bisogna sempre fare attenzione a cosa ci si riferisce. Musica? Film? Videogame? Serie TV? E-book? Software? Sebbene il file-sharing illegale sia un calderone di roba dove si trova di tutto, nei fatti ognuna delle tipologie di prodotti elencate presenta dinamiche di consumo specifiche e indotti merceologici completamente diversi, tanto che gli effetti della pirateria sono da rivalutare su ogni tipologia di prodotto. Così come le possibili manovre anti-pirateria.

In ambito musicale il sampling (prima sento per via pirata e poi compro) ha un effetto positivo sulle vendite e spesso il download illegale stimola la domanda di prodotti collaterali. La sindrome del collezionista alberga in ognuno di noi, anche se in modi differenti. Quindi la cosa migliore da fare è puntare sullo strecthing del brand, differenziando il prodotto, allargandosi verso mercati meno piratabili e dall’alto valore aggiunto.

Il merchandising è il canale di introiti più significativo per le produzioni cinematografiche non solo per quelle ad altissimo budget. Per le produzioni indie la cosa migliore è la disintermediazione e l’approdo a forme di crowdfinancing.

Gli e-book sono ancora un mercato in crescita e formazione: ancora è difficile stabilire con chiarezza cosa fare con la pirateria. Sono note le posizioni di diversi scrittori e di analisti che riconoscono nella pirateria uno stimolatore di vendite e un valido strumento pubblicitario (non solo per il mercato digitale ma anche per quello delle pagine di carta). Non vi piace Cohelo? Come darvi torto. A me piace la posizione di Vincenzo Latronico.

Anche i pirati hanno un cuore

Le cose belle vanno possedute: non solo Bordone la pensa così. I pirati hanno un cuore e un portafogli. E sembrerà strano, ma lo usano. Lo dice la Warner Bros. non io. Però, strisciano la carta di credito solo quando lo reputano più opportuno.

Di certo i prezzi non aiutano. Sicuramente lavorare sull’abbassamento dei costi d’accesso ai contenuti sarebbe uno stimolo alla riduzione delle pratiche illegali. Sicuramente aiuterebbe l’eliminazione delle finestre distributive. Sicuramente aiuterebbe l’incremento di servizi di distribuzione legali, magari con più attenzione alle esigenze degli utenti.

Personalmente ci ho provato più volte ad acquistare film che volevo vedere, ma non c’erano da nessuna parte perché qualcuno aveva deciso per me che non era il momento giusto per vedere quel film e che sarebbe stato meglio che io aspettassi ancora qualche mese. In un contesto globale tutto ciò è da suicidio.

Insomma perché Netflix e Spotify crescono? e crescerebbero di più se solo si abbattessero le barriere regionali? Io credo di sì, ma non posso dimostrarlo.

Se è digitale prima o poi sarà anche gratis

Mettiamoci il cuore in pace. Possiamo chiamarli pirati, rimastoni, scrocconi, come volete, ma bisogna fare i conti con il fatto che ormai l’abitudine ad avere contenuti gratuiti è dilagante. Le soluzioni sono due: chiamare la finanza oppure creare esperienze di consumo capaci di soddisfare le esigenze degli utenti. Puntare su un vasto parco titoli. Farlo subito, non dopo. Fornire contenuti multilingua. Diversificare i prezzi d’accesso per intercettare tutte le possibili soglie di reddito. Favorire le dinamiche di socializzazione sui contenuti: nel bene e nel male ci fidiamo di più dei consigli dei nostri pari. Se gli attuali sistemi di file-sharing hanno perso quel lato “umano” che avevano in precedenza (e che era fondamentale per creare passa parola) esistono i social network, le social TV e i sistemi di content curation. Oppure trovare formule di finanziamento incrociato: a me il product placement non fa così schifo; bisogna saperlo usare correttamente. Provare a monetizzare su prassi illegali, come sta cercando di fare YouTube,  ma questa è tutta un’altra pirateria…

Insomma, i modi per far sì che i pirati tornino a vivere nelle favole ci sono.

Megaupload: Upload If You Can

1 Feb

Non c’è voluto molto affinché la protesta contro la cattura di Kim Dotcom (mastodontico CEO di Megaupload) trovarse nuove possibilità espressive.

Pubblicato in appena 5 giorni su Xbox Live,  per la modica cifra di 80 Microsoft Point, Megaupload: Upload if You Can ha un gameplay parecchio semplice: darsi alla fuga saltando camioncini della SWAT, poliziotti e contestuali macchine di servizio mentre una barra di caricamento molto familiare tiene il conto degli upload.

La storia, altrettanto lineare, potete leggerla da voi avviando il video appena sotto.

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